la guerra in iraq

Svolta a Mosul, gli iracheni strappano l’aeroporto all’Isis

di Roberto Bongiorni

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L’attacco delle forze irachene all’aeroporto di Mosul


3' di lettura

Chi, sull’onda dell’entusiasmo, quattro mesi fa pensava che la liberazione di Mosul fosse imminente, forse questione di poche settimane, se non di giorni, si è dovuto ricredere. Conquistare la “capitale irachena” del Califfato richiederà tempo. Ma la caduta della seconda città dell’Iraq, conquistata dall’Isis nel giugno del 2014, non appare più una questione di se, piuttosto di quando.

Lo suggerisce la disparità delle forze in campo. Le forze complessive dell’operazione anti-Isis impegnate a Mosul e nella provincia di Ninive sono complessivamente 100mila, tra le quali vi sono le milizie di «autodifesa popolare» sciite, l’esercito e la polizia irachena, e gli agguerriti Peshmerga curdi. Troppi rispetto ai 2-4mila jihadisti rimasti a difendere la città, peraltro senza rifornimenti di munizioni.

L’avanzata delle forze irachene procede, con gradualità ma in modo inarrestabile. E l’operazione militare di questa mattina, che ha permesso di riprendere l’aeroporto della città e la base aerea di al-Ghazlani, segna senza dubbio un punto di svolta.

L’aeroporto è stato gravemente danneggiato - è inutilizzabile - ma la sua conquista conserva tuttavia un valore strategico. Lo scalo infatti si distende su un’area molto estesa ed il suo controllo consente di mettere in sicurezza le vie d’accesso che corrono dai sobborghi meridionali al settore occidentale della città, un’area densamente popolata ancora in mano all’Isis.

È stata una battaglia tutto sommato rapida, ma intensa. Secondo il comandante delle operazioni per la liberazione della provincia di Ninive, Nayem Abdallah Jaburi, sarebbero morti una ventina di jihadisti, altri starebbero per opporre l’ultima resistenza grazie a barriere di cemento sistemate sulle piste dell’aeroporto. Ancora una volta si sono rivelati decisivi i bombardamenti aerei da parte della coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti.

I jihadisti avrebbero sferrato in un’altra zona un’operazione contro reparti di marines americani, ferendone alcuni. Notizia che tuttavia attende conferme.
Ora arriverà la parte più difficile. Strappare all’Isis i quartieri occidentali. Difficile perché nella città vecchia e nei dintorni, aree densamente popolate e composte da strette vie, il gap tecnologico e di armamenti si riduce considerevole rendendo la battaglia urbana molto più insidiosa.

La battaglia per Mosul

La battaglia per Mosul

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L’Isis avrà probabilmente disseminato ordigni e trappole esplosive dappertutto. Probabile che i suoi numerosi cecchini siano nascosti negli edifici, probabilmente in appartamenti abitati da civili e utilizzati come scudi umani. Senza contare che la maggior parte delle popolazione rimasta in quest’area, circa 700mila persone quasi tutte di confessione sunnita, non vive la riconquista da parte delle forze irachene come una liberazione. Hanno motivo di temere rappresaglie contro i civili da parte delle milizie sciite schierate a fianco dell’esercito. È già accaduto quando sono state strappate all’Isis altre città, come Tikrit, Ramadi e Falluja. Il Governo di Baghdad intenderebbe tenere fuori le milizie sciite dall’offensiva finale. Ma la tensione è alta.

L’errore più grave commesso dal Governo a maggioranza sciita di Baghdad, filo-iraniano, sono state le gravi discriminazioni portate avanti per anni nei confronti della minoranza sunnita. Proprio il mancato coinvolgimento dei sunniti nell’esercizio del potere ha provocato un grave effetto collaterale. Pur non condividendo la brutale ideologia dell’Isis, e in molti casi condannandone le brutali azioni, buona parte dei sunniti di diverse province irachene non si sono schierati contro il Califfato. Anzi, sovente hanno offerto loro un appoggio logistico, e in alcuni casi alcune tribù hanno forgiato temporanee alleanze militari con i jihadisti.

Per riconquistare Mosul ci vorranno probabilmente ancora diversi mesi. Ma una cosa appare certa. Il successo dell’operazione dipenderà anche dall’accortezza che il Governo di Baghdad userà per rassicurare i sunniti, che hanno vissuto due anni e mezzo sotto il giogo del Califfato, che non subiranno alcuna rappresaglia. Se poi l’Esecutivo del più moderato premier Aydar al-Abadi, succeduto al controverso Nouri al-Maliki nel settembre del 2014, riuscisse a coinvolgerli maggiormente nel Governo la strada sarebbe in discesa. Ma le gravi tensioni che in queste settimane hanno scosso l’Esecutivo di Baghdad non permettono di essere ottimisti.

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