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Svolta verde per il Gnl: primo contratto indicizzato al carbone

di Sissi Bellomo


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2' di lettura

Per la prima volta nella storia il prezzo del gas liquefatto è stato indicizzato al carbone, una novità che se prendesse piede potrebbe essere di grande beneficio all’ambiente. L’accordo siglato da Royal Dutch Shell con Tokyo Gas rappresenta una svolta significativa, in linea con la transizione energetica.

I primi contratti per la fornitura di Gnl, siglati negli anni ’60 – e più in generale i contratti per il gas – avevano prezzi legati a quelli del petrolio perché per elettricità e riscaldamento la competizione era con questa fonte di energia. Oggi però quasi nessuno al mondo brucia ancora petrolio nelle centrali, mentre purtroppo il carbone è ancora largamente utilizzato , soprattutto in Asia e nelle economie emergenti.

L’accordo (non ancora vincolante) tra Shell e Tokyo Gas prevede che l’utility giapponese acquisti 500mila tonnellate di Gnl l’anno per dieci anni da aprile 2020. L’indicizzazione al carbone riguarda solo una parte delle forniture, hanno spiegato le società. Per il resto c’è un mix di benchmark più tradizionali, riferiti al petrolio o al gas.

La formula «coal indexed» non è l’unica novità sul mercato del Gnl, che il boom dell’offerta ha reso supercompetitivo, dando forza alle richieste dei clienti e innescando profonde trasformazioni.

Questa settimana, tra i molti contratti siglati a margine del convegno Lng2019 a Shanghai, si registrano anche le prime forniture di Gnl statunitense a prezzi sganciati dall’Henry Hub. 

Tellurian, che sta costruendo l'impianto Driftwood Lng in Louisiana, cederà alla francese Total 1,5 milioni di tonnellate l’anno prezzate sul Japan Korea Marker (Jkm), benchmark di Platts che riflette il valore dei carichi spot in Asia. Anche Vitol ha ottenuto di acquistare da Tellurian con la stessa formula di prezzo.

NextDecade, impegnata nello sviluppo di Rio Grande Lng in Texas, ha invece firmato con Shell un contratto ventennale da 2 milioni di tonnellate l’anno indicizzato al petrolio Brent: un riferimento non solo vecchio stile, ma anche poco pertinente al mercato Usa.

Del resto oggi gli acquirenti hanno il coltello dalla parte del manico: l’offerta di Gnl, già superiore alla domanda, promette di crescere ancora in modo vertiginoso nei prossimi anni. L’evoluzione del settore – che ha ricevuto una scossa decisiva con la discesa in campo degli Usa, esportatori solo dal 2016 – oggi sta accelerando, non solo attraverso nuove formule di prezzo, ma anche con modelli di vendita sempre più flessibili, che aumentano la liquidità del mercato.

La durata dei contratti di fornitura ad esempio si sta accorciando e le clausole di destinazione, che impediscono di rivendere i carichi, non sono più la norma. Nel 2018 un quarto delle vendite di Gnl sono avvenute spot, ossia con consegna entro tre mesi dalla transazione, secondo l’associazione internazionale degli importatori (Giignl). La quota sale al 32% se si contano anche i contratti di durata fino a 4 anni (contro il 27% del 2017).

In totale le vendite di Gnl sono cresciute dell’8,3% a 314 milioni di tonnellate, più del triplo rispetto al 2000.

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