Milano

Sylvia alla Scala: in gloria della danza classica, con brio

I cultori delle punte, del virtuosismo, della tecnica raffinata della più eccelsa e accurata danse sono in fermento per questa prova travolgente

di Silvia Poletti


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2' di lettura

A chi si rivolge Sylvia, raro balletto di ascendenze ottocentesche che ha felicemente aperto la stagione di danza scaligera 2019/20? Certamente ai “ballet addicted”: cultori delle punte, del virtuosismo, della tecnica raffinata della più eccelsa e accurata danse d'ecole. Ma non solo.

Perché è gioioso, travolgente e rutilante e regala anche allo spettatore più passivo un effetto di vera euforia che lo accompagna fin oltre la porta del Piermarini. Quali le componenti di questo perfetto gioco teatrale? Sicuramente la capacità di Manuel Legris, celebre stella parigina e oggi direttore uscente del Wienerstaatsballett, di recuperare un titolo desueto tardo-ottocentesco ( il balletto data 1876 e basa il suo intreccio sull'Aminta del Tasso) legato alla tradizione francese di cui lui stesso è orgoglioso figlio e di rinfrescarlo adattandolo alle qualità esecutive di oggi.

Con  «Sylvia» alla Scala torna il virtuosismo

Con «Sylvia» alla Scala torna il virtuosismo

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Nella cornice mitico-pastorale dove la ninfa seguace di Diana cederà all'amore del tenero Aminta grazie all'intervento di Eros, Legris inanella così un inarrestabile tour de force per l'intero corpo di ballo e segue sapientemente le regole petipiane della gerarchia alzando il prestigio e la difficoltà della danza fino a consegnare alla prima ballerina una spettacolare partitura coreografica di rara difficoltà con salti di tutti i tipi, giri e piroette, maneges senza fiato, piccole e grandi “batterie”, per un raffinato ricamo “di bravura” che si basa sulla grande scuola classica francese e la sua cura per la “bassa gamba” oggi quasi sparita.

A questa intesse un'altrettanto vitale componente con la danza maschile, di cui sfrutta ogni “coloritura”:per i fauni così crea guizzanti danze di “mezzo carattere” mentre per i quattro personaggi principali -Endimione, Eros, il cattivo Orione e il delicato Aminta- regala altrettante caratterizzazioni, ora attingendo dal vocabolario atletico-eroico di reminiscenze russe ( con i temibili lift nei quali il danzatore solleva la ballerina sopra la testa con una mano sola o i fish dive nei quali la afferra al volo) ora alla più lirica danse noble fatta di linee e legati armoniosi, come nel bell'assolo iniziale di Aminta.

In un allestimento fiabesco in cui la mitologia si ammorbidisce nello stile pompier Secondo Impero (Luisa Spinatelli), con l'intelligente bacchetta di Kevin Rhodes che esalta la vivace e tenera musica di Leo Delibes, la pimpante compagnia scaligera mette in campo i suoi talenti. Alla prima la bella Martina Arduino dà a Sylvia la sua grazia volitiva e la tecnica sicura e briosa, cui fa da eco l'altrettanto autorevole Maria Celeste Losa nel peplo di Diana. Accanto a loro brilla il comparto maschile: Gabriele Corrado incisivo nella pur breve parte di Endimione, ma soprattutto Nicola del Freo- Eros regale e prestigioso- e i due antagonisti. Christian Fagetti, Orione morbido e felino, gagliardo e sensuale. E soprattutto Claudio Coviello mirabile per la musicalità, il nitore, la qualità espressiva della sua “bella danza”, lirico e tenero nel ruolo del pastore.

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