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Tablet e smart speaker: l’avanzata delle nuove «baby sitter» digitali

di Luca Tremolada


I Me contro Te, ecco come si conquista un successo da due miliardi di visualizzazioni

4' di lettura

Sono a volte assistenti vocali, spesso video o cartoni, quasi sempre videogiochi. A tutti gli effetti svolgono il ruolo della baby-sitter, della baby sitter digitale. Lo sanno beni i genitori contemporanei che, statistiche alla mano, si affidano più che mai agli schermi dei dispositivi elettronici per intrattenere i propri figli, sostituendo in parte il «parcheggio» davanti alla televisione che hanno vissuto le generazioni passate. Cambiano i sensi di colpa ma anche, si potrebbe dire, gli orizzonti. I genitori del passato erano accusati di «lasciare i figli a guardare troppa tv».

Quelli del presente sembrano avere perso il controllo su quello stanno vedendo (e facendo) i loro piccoli davanti agli schermi. Si sentono inadeguati a comprendere le novità del digitale ma al tempo stesso lottano per stare al passo con coding, robotica e tutte quelle attività che sembrano favorire in futuro l’ingresso dei loro figli nel mondo del lavoro della società digitale.

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In discussione non è l’attrazione fatale verso il binge watching su tablet come di Netflix o YouTube o verso i videogiochi su smartphone. La diamo per assodata: le nuove generazioni si adattano ai nuovi media più velocemente delle vecchie. Inoltre la semplicità delle interfacce utente come il touch nei caso di smartphone e tablet o della voce nel caso degli assistenti vocale come Siri e Alexa abbassano ancora di più la soglia di accesso in termini di età.

Semmai va discussa la governance di queste nuove baby sistter e l’uso che viene fatto. Uno studio pubblicato nel Journal of American Medical Association quest'anno ha rilevato che l’aumento del tempo che i bambini passano davanti ai display non è il risultato dell’avvento di nuove tecnologie quanto piuttosto il combinato disposto di mamma e papà che lavorano e fattori socio-economici. Cioè, chi alla fine chi passa più tempo a smanettare su app digitali sono i figli di genitori con bassi livelli di istruzione e reddito familiare. Semplicemente perché non hanno tempo e la possibilità economiche di occuparli con altre attività. E poi c’è il fattore ansia tipico della modernità urbana. Molti genitori sono poco disposti per ovvie ragioni a mandare i propri figli e a giocare all’aperto senza sorveglianza. Ciòdetto non tutti gli schermi sono uguali.
Non tutti gli schermi sono uguali. Non tanto per dimensione quanto per contenuti. Sara DeWitt, vice presidente di PBS Kids Digital, ha sostenuto su Axion che il consumo dei media digitali non si misura necessariamente in termini temporali. In altre parole, non tutto il tempo che passiamo sullo schermo può essere considerato una perdita di tempo o un male in sè. La differenza le fa il tipo di bambino: c’è chi ha una personalità dipendente e quindi più soggetto a “staccarsi” dello schermo e chi invece naturalmente inserisce questa attività all’interno della propria dieta mediatica senza che questo provochi comportamenti disfunzionali. La vera differenza la fa la presenza (proattiva) del genitore: ci sono giochi come cartoni animati che sono esperienze che hanno senso se vissute insieme. Al netto di queste osservazioni esistono numerosi studi (e il buon senso) che indicano come in media su una popolazione di adolescenti più di 60 minuti giornalieri di esposizione ai media digitali può rappresentare un problema.

Cosa sappiamo, cosa non sappiamo e cosa dobbiamo ammettere. Evitare discorsi da tram ed estenuanti battaglie di religione: infilare tablet, computer e tv magari internet e il digitale tutto dentro a logiche binarie (bene o male) vuole dire avere paura della contemporaneità. L'impatto delle nuove tecnologie sui bambini è ancora relativamente sconosciuto a causa della mancanza di studi scientifici che richiedono dati e analisi di lungo termine. Esistono però delle evidenze e dei principi consolidati. Ad esempio, come si dice in letteratura «garbage in, garbage out», se dai da mangiare troppo “robaccia” a un bambino genererà robaccia, cioè comportamente disfunzionali. Prendiamo il caso della violenza nei videogiochi. Ad oggi gli studi non ci permettono di escludere una influenza diretta dei videogiochi violenti sulla formazione di pensieri aggressivi o di comportamenti aggressivi. Ma non ci permettono neanche di stabilire una correlazione certa (se non addirittura una relazione diretta). La domanda iniziale, quindi, non può avere una risposta definitiva. Esistono ormai numerosi casi di dipendenza dal videogioco come da internet o da smartphone. E non tutti i videogiochi sono uguali, nel senso che alcuni meccanismi rendono più difficile controllare il tempo che dedichiamo a queste forme di intrattenimento.

Una volta esauriti «i distinguo» del caso va riconosciuto che per la prima volta genitori non si possono fidare ciecamente delle tecnologie che arrivano in casa come se fossero giocattoli di legno. Soprattutto quando il dispositivo si connette al web senza la presenza di software di parental control per la gestione dei contenuti. Per la prima volta non ci possiamo fidare, come è avvenuto in passato con la tv. Serve studiare il funzionamento di queste applicazioni, comprenderne le potenzialità e i pericoli. In che modo? Magari anche solo passando del tempo con i propri figli. E ammettendo che telefoni, tablet, computer e tv sono diventati alcuni dei modi più semplici per intrattenere e mantenere i bambini fuori dai guai.

Riproduzione riservata ©
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    Luca TremoladaGiornalista

    Luogo: Milano via Monte Rosa 91

    Lingue parlate: Inglese, Francese

    Argomenti: Tecnologia, scienza, finanza, startup, dati

    Premi: Premio Gabriele Lanfredini sull’informazione; Premio giornalistico State Street, categoria "Innovation"; DStars 2019, categoria journalism

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