INNOVAZIONE

Tagliando “made in Lecco” per Apple e Samsung

di Luca Orlando

4' di lettura

Oltre il vetro che protegge il macchinario il piano si inclina appena, per indicare l’angolo corretto alla pinza in avvicinamento, che qualche istante dopo si ritrae. Cosa abbia fatto non si capisce. O almeno non subito, perché l’oggetto da posizionare è una fibra in materiale composito quasi invisibile, con una sezione di pochi centesimi di millimetro.

Migliaia di queste, una ad una, trovano in questo modo la corretta collocazione in un’area di pochi centimetri quadrati, attività in passato svolta in 40 giornate di lavoro, oggi scese a sei grazie ai macchinari. «Serve comunque tempo - spiega Roberto Crippa - perché nel nostro mondo l’errore non è ammesso: se sbagli un prototipo magari sei “fuori” dalle forniture per due anni».

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Finora non è accaduto. E le schede di test prodotte da Technoprobe sono ormai entrate nei processi produttivi dei colossi dell’elettronica di tutto il mondo: da Apple a Samsung, da Huawei a Stm, da Intel a Qualcomm.

Brevetti e investimenti: così cresce l’azienda

Gruppi che acquistano da anni i prodotti dell’azienda lecchese, schede grandi come un foglio A3 in grado di certificare in pochi secondi la bontà dei chip inseriti in un telefonino o in un qualsiasi apparato elettronico, pezzi unici progettati ad hoc, che possono costare anche 500mila euro l’uno.

Grazie ai quali Technoprobe ha spiccato il volo scalando le classifiche mondiali del settore (dal quinto posto del 2013 al secondo ora, superando i giapponesi di Micronics) , lasciandosi alle spalle l’anonimato di una Pmi elettronica con ricavi per 10 milioni di euro (accadeva nel 2009) per trasformarsi in una star dell’hi-tech mondiale da 140 milioni (+20%), che salgono a 200 nel consolidato, in grado in appena cinque anni di moltiplicare per tre i propri addetti in Italia, saliti a 440 unità, in prevalenza tecnici ed ingegneri.

Storia unica quella di Technoprobe, fondata dal padre di Roberto, ex-dipendente Stm che nel 1993 decide di mettersi in proprio partendo da un garage, per poi avviare l’azienda due anni dopo. Fino al 2012 un percorso di crescita tutto sommato lineare, che da lì in avanti accelera grazie alle nuove schede di test per telefonia, esito di attività di ricerca e sviluppo che hanno portato a quota 500 il patrimonio di brevetti dell’azienda.

«Per sopravvivere - aggiunge il vicepresidente della società - non puoi che continuare a correre, spostando sempre un poco avanti la frontiera delle tue capacità. Ogni anno escono modelli nuovi, in genere con prestazioni superiori e dimensioni sempre più ridotte. Il che pone sfide tecnologiche continue. Chi le vince corre, come stiamo facendo noi da anni. Ma se ti fermi nello sviluppo torni indietro, con la stessa rapidità con cui sei cresciuto».

Innovazione alimentata dalle risorse interne (solo un addetto su tre è impegnato nella produzione diretta) ma ora anche attraverso lo shopping, concretizzato nell’acquisto della californiana Microfabrica, rilevata per le sue competenze tecnologiche nella stampa 3D micrometrica di precisione, know-how che consentirà di costruire micro-fibre di test ancora più avanzate. Investimento da quaranta milioni di dollari interamente autofinanziato, senza alcun ricorso al credito.

Come accade da sempre, del resto, perché la filosofia di crescita poggia su due “regole della casa” semplici solo a parole, impegnative nei fatti: nessun debito con le banche, nessun dividendo agli azionisti.

Il valore creato resta interamente in azienda, risorse generate (140 milioni gli utili netti negli ultimi sei anni) non per restare “dormienti” in cassa ma per alimentare un robusto piano di investimenti, che ha incluso tra l’altro il raddoppio del sito di Cernusco Lombardone, l’acquisto di un’intera nuova linea produttiva per realizzare materiali in ceramica, l’avvio di una strategia di crescita internazionale per linee esterne.

«Nel triennio 2016-2018 abbiamo investito in Italia 60 milioni - aggiunge Crippa - e altri 50 in questa prima parte del 2019, anche per realizzare una nuova camera bianca per internalizzare la produzione di un componente essenziale. Ma da qui a fine 2020 il piano prevede impegni per altri 50 milioni, che comunque riusciamo interamente ad autofinanziare». Il circolo virtuoso prevede quindi margini robusti (Roe vicino al 40%) per alimentare gli investimenti in innovazione, a loro volta in grado di generare valore, come dimostra l’ultimo accordo di Patent Box siglato con il fisco, che vale uno sconto di imposte di 22 milioni in 5 anni.

«Vendere? Guardi, le proposte sono continue - aggiunge Crippa - e almeno una volta alla settimana un fondo di private equity ci chiama, ormai è uno standard. Ma nessuno ha la visione di lungo termine necessaria, quella che abbiamo noi, che continuiamo a credere nella validità di una produzione interamente made in Italy. Il futuro, caso mai, è in Borsa, progetto che in un paio d’anni potremmo concretizzare in modo da trovare le risorse per una crescita internazionale ancora più spinta. Perché se penso all’auto a guida autonoma, a Industria 4.0 o a internet delle cose, vedo una crescita esplosiva dell’elettronica. E dove c’è un chip da testare, c’è mercato per noi». Oggi Technoprobe lavora su tre turni, cinque giorni su sette, il sabato fino alle 14, ed è alla ricerca di un’altra trentina di persone. Nuovi ingressi che oltre allo stipendio, se andrà come nel passato recente, riceveranno un premio di risultato tra i 2 e i 4mila euro.

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