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Taglio cuneo e contributi, Forza Italia rilancia

di Claudio Tucci

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(FOTOGRAMMA)


3' di lettura

I partiti correggono il tiro; e dopo un esordio, piuttosto in sordina, su temi chiave come giovani, costo del lavoro, produttività, iniziano, ora, a dettagliare le loro proposte. Si ruota intorno al Jobs act, la riforma complessiva del mercato del lavoro varata nel 2014. C’è il Pd che punta a completarlo; il centro-destra a modificarlo, in chiave di maggiore semplificazione. M5S è per un deciso superamento. LeU ne propone, senza troppi giri di parole, l’abrogazione.

Nel programma economico dei dem, messo a punto dal braccio destro di Matteo Renzi, Tommaso Nannicini, si sottolinea la strategia di proseguire nella riduzione del cuneo per favorire l’occupazione giovanile stabile: qui la ricetta Pd è un taglio, graduale, di quattro punti, un punto ogni anno nel corso della prossima legislatura (si porterebbe così la contribuzione sui nuovi assunti a tempo indeterminato, stabilmente, dal 33% al 29%). Uno 0,5% di contributi poi tornerebbe indietro per finanziare “la non autosufficienza”. Il centro-sinistra preme inoltre per estendere ai lavoratori pubblici le attuali norme, valevoli per il settore privato, su premi di risultato e welfare aziendale («visti gli ottimi risultati fin qui prodotti» evidenzia, da palazzo Chigi, Marco Leonardi). Spazio anche alla proposta di introdurre un ammortizzatore sociale per gli autonomi: «Completiamo il quadro di tutele delineato dallo Statuto già in vigore», chiosa la responsabile Lavoro dei dem, Chiara Gribaudo.

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Forza Italia, dopo gli attacchi frontali al Jobs act - Silvio Berlusconi, nei giorni scorsi, ne ha proposto la cancellazione, salvo poi correggere il tiro - suggerisce, ora, una serie di correttivi «per semplificare il quadro regolatorio», recuperando l’ispirazione della legge Biagi. L’idea forte - il programma sul lavoro è stato curato da Renato Brunetta - è potenziare, di molto, l’attuale sgravio a favore di chi stabilizza giovani. Si punta all’azzeramento di tasse e contributi per sei anni a vantaggio dell’impresa che assume con contratto di primo impiego under 35. Il nodo, come per la proposta Pd, sono i costi: un punto di cuneo in meno sui nuovi contratti a tempo indeterminato ha un costo iniziale di circa 1 miliardo di euro, per poi attestarsi nel tempo a circa 2,6 miliardi.

Più in generale, il centro-destra propone, anche, il ripristino dei voucher, “zero contributi” sull’apprendistato formativo; accanto a un migliore raccordo tra formazione e imprese, attraverso il rafforzamento dell’istruzione tecnica superiore.

Per l’M5S la priorità è un deciso superamento del Jobs act, considerato, viene spiegato, che non si è riusciti a dare centralità alle nuove tutele crescenti nelle scelte assunzionali degli imprenditori. Lo strumento è l’introduzione del reddito di cittadinanza, collegato al decollo dei centri per l’impiego, e quindi delle politiche attive, per realizzare un compiuto sistema di flexicurity. Nel mentre i “grillini” propongono il ripristino della reintegra (articolo 18 pre Fornero, per le aziende sopra i 15 dipendenti) anche nei casi di licenziamento economico illegittimo. Sui contratti a termine, le richieste sono due: il ripristino delle causali e un aggravio di costo (per scoraggiarne l’utilizzo).

Più radicali le proposte di Liberi e Uguali (LeU). Il leader, Pietro Grasso, parla espressamente di “smontare” la riforma del 2014 visto che, sostiene, sta creando «9 posti su 10 precari». Nel dettaglio, aggiunge Stefano Fassina, «vogliamo ripristinare le tutele piene per tutti i licenziamenti ingiustificati. Puntiamo, poi, a reintrodurre le causali nei contratti a termine, e a cancellare le norme sui demansionamenti facili. Sui controlli a distanza, coinvolgeremo, nuovamente, il sindacato. L’alternanza scuola-lavoro invece può andare, ma deve essere esperienza didattica , non sfruttamento».

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