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Taglio al cuneo fiscale e salario minimo, uno scambio difficile

Dal 1997 dieci interventi con sgravi fino a 15 miliardi. Il prossimo taglio ne vale 2,5 ma dietro l'angolo il salario minimo da 9 euro fa salire di 3,2 miliardi il costo del lavoro. Un trade-off difficile da comporre, secondo l'analisi Ocpi

di Davide Colombo


Conte: poche risorse, prima taglio cuneo fiscale dei lavoratori

4' di lettura

ROMA - Un taglio del cuneo fiscale del valore di 2,5 miliardi nel 2020, che salgono a 5 miliardi nel 2021, come si coniuga con l'introduzione del salario minimo? Quanto ci guadagnano i lavoratori e quanto le imprese? Sono domande destinate a rimanere sospese fino a quando il governo non avrà tolto il velo almeno sul primo corno del dilemma: il taglio al cuneo. Avverrà con la presentazione del disegno di legge collegato alla manovra di Bilancio, dunque non a breve.

Taglio al cuneo, il decimo in 22 anni
Si tratta del decimo intervento di questa natura, dopo l'introduzione nel 1997, l'anno dell'Irap, delle prime deducibilità da quell'imposta di una serie di costi legati al lavoro dipendente. Da allora i vari tagli al cuneo che si sono succeduti battendo più o meno la stessa strada hanno cumulato un abbattimento complessivo (al lordo degli effetti fiscali riflessi) di 15 miliardi, stando al Rapporto sulle spese fiscali 2018. Come andrà questa volta? Secondo Giampaolo Galli, direttore dell'Osservatorio sui Conti pubblici italiani (Ocpi) avviato insieme con Carlo Cottarelli all'Università Cattolica di Milano, anche ipotizzando che il taglio vada a totale beneficio delle imprese (ipotesi che non sembra nelle volontà del governo) i 2,5 miliardi non compenserebbero i circa 3,2 miliardi di maggiori costi stimati dall'Istat con l'introduzione del salario minimo a 9 euro previsto dal disegno di legge firmato da Nunzia Catalfo.

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«Ipotizzando che il taglio riguardasse le imprese che danno lavoro a 15,3 milioni di dipendenti, il beneficio aziendale per ogni lavoratore sarebbe attorno ai 163 euro per i sei mesi del 2020 e 327 euro annui nel 2021. Davvero poco! Per molte società non basterebbe a compensare il salario minimo di 9 euro» spiega Galli, che sulle proposte di legge sul salario minimo ha appena realizzato con Edoardo Frattola un'analisi dell'Ocpi.

Nove euro l'ora, un record nelle classifiche Ocse
Il focus si apre ricordando che a un livello di 9 euro lordi orari il salario minimo italiano si colloca in vetta alla classifica Ocse rispetto al salario mediano, essendo il nostro pari all'80% del salario di un dipendente full time contro valori attorno al 50% degli altri salari minimi medi o il 40-60% delle medie dei Paesi Ue. Il salario minimo a 9 euro, si fa inoltre notare, non è attualmente alla portata di 2,9 milioni di lavoratori privati (esclusi gli agricoli), vale a dire il 21% del totale, con picchi fino al 31% nel Mezzogiorno, e l'incremento del monte-salari che si avrebbe con la sua introduzione ridurrebbe dell'1,6% il margine operativo lordo delle imprese costrette ad allineare i minimi contrattuali.

Un livello più compatibile dovrebbe porsi tra i 5 e i 7 euro, si spiega l'analisi Ocpi che riprende altri studi Ocse, prima di passare in rassegna tutti gli altri trade-off che si aprono con una riflessione sul salario minimo in Italia: dall’effetto spiazzamento sulla contrattazione collettiva all’indebolimento di altri istituti negoziali (orari, ferie, welfare aziendale, eccetera).

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Parti sociali scettiche
Anche per questo il salario minimo è vissuto con sospetto dalla parti sociali. Ma resta il fatto che se la maggioranza dei paesi ha adottato questo istituto una ragione ci sarà, riconoscono Galli e Frattola. E in Italia, uno dei pochi Paesi europei dove il salario minimo non c'è, diversi osservatori tecnici (compresa la Banca d'Italia) da anni hanno indicato il problema delle basse retribuzioni. Una questione legata alla mancata applicazione dei contratti nazionali (troppi, oltre 800 quelli censiti dal Cnel, meno di un terzo siglati dai sindacati).

L'analisi Ocpi, di prossima pubblicazione sul sito https://osservatoriocpi.unicatt.it, passa in rassegna anche la proposta alternativa di salario minimo del Pd, firmata dal senatore Tommaso Nannicini, che non fissa una cifra legale (si sceglie la strada di una Commissione tecnica per affrontare la questione come accaduto in Germania e nel Regno Unito), e punta invece sulla validità erga omnes dei contratti e introduce sanzioni per le aziende che non garantiscono la giusta retribuzione; principio costituzionale mai raggiunto.

Un trade-off difficile da risolvere
Detto che l'unica conclusione certa - al momento - è che 9 euro lordi all'ora è una cifra troppo alta, resta il nodo di come il salario minimo si combinerà con il decimo taglio del cuneo fiscale e contributivo degli ultimi ventidue anni. Un altro trade-off tutto da capire. Galli è pessimista. «Il motivo per cui con questi numeri i conti non tornano - spiega - è che la riduzione del cuneo, anche se fosse tutta a favore delle imprese e non dei lavoratori, riguarderebbe l'intera platea delle imprese. Non avrebbe senso e forse non si potrebbe fare un provvedimento mirato alle piccole imprese marginali, soprattutto nel Sud e in agricoltura, dove i salari sono molto bassi: un provvedimento del genere sarebbe un aiuto di stato alle imprese meno efficienti, il che non ha senso«. Come se ne esce? «Una norma che preveda la riduzione generalizzata del cuneo e che si ponesse anche l'obiettivo di compensare le imprese con bassi salari avrebbe un costo molto elevato per la finanza pubblica», è la conclusione provvisoria di Giampaolo Galli. Quella definitiva arriverà probabilmente con il disegno di legge collegato alla manovra sul cuneo fiscale, un veicolo normativo che il governo potrebbe utilizzare anche per introdurre il salario minimo. Si vedrà.

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