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Taglio Fed, così Powell segue Trump e Wall Street

La decisione della Fed di abbassare i tassi di interesse non ha alcuna robusta giustificazione economica. Può avere però un'altra spiegazione: l'inversione del corso della politica monetaria va nella direzione auspicata da Trump e da Wall Street

di Donato Masciandaro


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(Epa)

4' di lettura

La decisione della Fed di abbassare i tassi di interesse non ha alcuna robusta giustificazione economica. Può avere però un'altra spiegazione: l'inversione del corso della politica monetaria va nella direzione auspicata da Trump e da Wall Street. Se Powell e il suo consiglio hanno ragionato da burocrati, cercando quindi il consenso della politica e dei mercati finanziari, è stata per loro la migliore scelta possibile.

Con tanti saluti all’ostentata – ma inesistente – indipendenza della Fed.

Il presidente Powell ha annunciato la decisione di ridurre di venticinque punti base i tassi di interesse. La ragione? Formalmente, è la debolezza e l’incertezza del ciclo economico, sintetizzata da un’anemica crescita dell’inflazione. Ma è una spiegazione che non sta in piedi, se si considera il percorso con cui la banca centrale è arrivata alla mossa di ieri. Il primo passo fu compiuto nell’oramai lontano dicembre 2015, quando la Fed alzò i tassi di interesse per la prima volta dall’inizio della Grande Crisi. Erano passati 78 mesi dall’ultimo innalzamento dei tassi. Già allora si poteva notare un ritardo della Fed nell’iniziare il processo di normalizzazione della politica monetaria, visto che nelle tre precedenti recessioni la Fed aveva rialzato i tassi rispettivamente dopo sette mesi, 35 mesi e 32 mesi.

L’avversione della Fed alla normalizzazione era però giustificabile con il fatto che la Grande Crisi aveva rappresentato il peggior evento congiunturale dal Secondo Dopo Guerra. Sono così passati tre anni, in cui con estrema lentezza la Fed ha dichiarato di voler smantellare l’approccio non convenzionale di gestione della liquidità, fatto di tre strumenti incrociati: tassi a breve termine bassi, acquisti e detenzione di titoli finanziari eccezionali nella dimensione e nella gamma, impegni vincolanti sul percorso futuro di tassi e liquidità. Sono tre anni in cui alla presidente Yellen è subentrato Powell, ma non è cambiato l’approccio di fondo che ha caratterizzato l’operato della Fed: l’opacità.

Una moderna banca centrale deve avere una funzione di reazione credibile e trasparente. Della politica monetaria si devono conoscere i valori numerici dei target, la struttura effettiva e prospettica dei tassi di interesse, nonché in che modo il legame tra obiettivi e strumenti reagisce quando ci sono shock. La Fed non offre nulla di tutto questo. Non basta: per tre anni ha detto di voler normalizzare la politica monetaria, il che avrebbe significato portare i tassi al cosiddetto livello di neutralità. Questo non è mai accaduto, anche perché non sappiamo quale è il livello dei tassi che la Fed giudica neutrale.

La Fed giustifica il fatto che la normalizzazione della politica monetaria è stata interrotta – ma era mai iniziata? - perché la crescita dei prezzi è anemica. Ma se è questa ragione, la Fed dovrebbe annunziare una politica reflattiva. Una politica reflattiva è il risultato finale di tre componenti: definizione degli obiettivi, individuazione degli strumenti coerenti con tali obiettivi, implementazione effettiva e prospettica del legame tra obiettivi e strumenti. Concretamente: il fatto che la Fed abbia un obiettivo inflazionistico del due percento è coerente con una politica reflazionistica? E, dati gli obiettivi, l’assenza di impegni vincolanti della Fed sia sul profilo dei tassi di interesse che su quello degli acquisti di titoli sul mercato, riduce o aumenta la credibilità della sua azione? Per ultimo ma non ultimo quesito, la Fed crede che la politica reflazionistica debba essere applicata in modo graduale, oppure radicale? Sono una serie di domande senza risposta, proprio perché nulla sappiamo sulla funzione di reazione della Fed.

Aggiungiamo che definire e mettere in atto una politica reflazionistica è una scelta rischiosa, dopo che per quattro decenni il problema principale della Fed è stato quello di dominare e controllare l’inflazione, non quello di stimolarla. Una banca centrale prudente potrebbe allora spiegare perché la sua analisi dei costi e dei benefici macroeconomica consiglia di evitare scelte temerarie; significherebbe semplicemente riconoscere i limiti della sua politica monetaria. Ma la Fed non fa neanche quello.

Ma allora perché i tassi sono stati abbassati? L’analisi economica ci suggerisce che i banchieri centrali possono anche ragionare come burocrati. I burocrati sono interessati alla loro carriera, quindi al consenso. E il consenso dei banchieri centrali è legato alla benevolenza di due attori: i politici ed i mercati finanziari.

Con la mossa di ieri la Fed ha reso felice sia il presidente Trump che Wall Street. A parole, la dialettica tra il presidente Powell e il presidente Trump appare accesa. Ma se guardiamo i fatti, la Fed ha fatto quello che Trump chiede da tempo, preoccupato per il ciclo elettorale. Per quel che concerne i rapporti tra la Fed e Wall Street, la scelta di Powell e del suo consiglio non rappresenterebbe una novità. Dall’epoca di Greenspan le decisioni della Fed hanno accomodato i desideri dei mercati finanziari. L’effetto finale è stato la Grande Crisi. Ma chi se ne ricorda? Poi magari sia Trump che Wall Street continueranno a lamentarsi. Ma è la strategia del piangere e godere, come la saggezza napoletana ben ricorda con un suo adagio.

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