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Taglio parlamentari, 5 settimane al referendum. Dal quorum all’esito: tutto quello che c'è da sapere

La riforma costituzionale riduce i deputati da 630 a 400 e i senatori da 315 a 200. A differenza dei referendum abrogativi, per la validità del referendum costituzionale non è obbligatorio che vada a votare la metà più uno degli elettori aventi diritto. Basta la maggioranza dei voti validi, indipendente da quante persone si recano ai seggi

di Andrea Gagliardi

Il 29 marzo si terrà il referendum sul taglio dei parlamentari

La riforma costituzionale riduce i deputati da 630 a 400 e i senatori da 315 a 200. A differenza dei referendum abrogativi, per la validità del referendum costituzionale non è obbligatorio che vada a votare la metà più uno degli elettori aventi diritto. Basta la maggioranza dei voti validi, indipendente da quante persone si recano ai seggi


3' di lettura

Manca un mese al referendum confermativo sul taglio dei parlamentari fissato il 29 marzo. La campagna elettorale langue. Ma il risultato appare scontato per vari motivi. Prima di tutto non è previsto il quorum. Poi va considerato che quasi tutte le forze politiche in occasione del sì definitivo dell’Aula della Camera hanno votato a favore del taglio (553 sì e 14 no). Infine non va sottovalutato il fatto che il tema del taglio dei costi della politica è piuttosto popolare nell’opinione pubblica. «Noi no» è invece il nome del Comitato che si batterà (controcorrente) per il No al referendum. Tra i soci fondatori pezzi di Forza Italia (i deputati Simone Baldelli e Deborah Bergamini; i senatori Giacomo Caliendo, Andrea Cangini e Nazario Pagano) e dei radicali (Riccardo Magi).

Cosa prevede la legge sul taglio dei parlamentari
La riforma costituzionale sul taglio dei parlamentari riduce i deputati da 630 a 400 e i senatori da 315 a 200. Con un taglio complessivo di 345 parlamentari. L’istituto dei senatori a vita è conservato fissandone a 5 il numero massimo (finora 5 era il numero massimo che ciascun presidente poteva nominare). Ridotti anche gli eletti all'estero: i deputati scendono da 12 a 8, i senatori da 6 a 4.

Come si è arrivati al referendum
Il referendum confermativo per le leggi costituzionali è disciplinato dall'articolo 138 della Carta. Serve a sottoporre ai cittadini la riforma votata dal Parlamento, ma può essere richiesto solo se i sì della Camera e del Senato non superano i due terzi dei componenti dell’assemblea. Tre sono i modi previsti dalla Costituzione per far partire la macchina referendaria: a chiedere il referendum possono essere 5mila elettori, 5 Consigli regionali o un quinto dei membri di una delle Camere (126 deputati o 64 senatori). Nel caso della legge sul taglio dei parlamentari, le firme sono arrivate da 71 senatori con il contributo decisivo di alcuni della Lega che hanno inteso così favorire la fine anticipata della legislatura.

Niente quorum
A differenza dei referendum abrogativi, per la validità del referendum costituzionale non è obbligatorio che vada a votare la metà più uno degli elettori aventi diritto: la riforma costituzionale sottoposta a referendum è promulgata se è approvata dalla maggioranza dei voti validi, indipendente da quante persone si recano ai seggi.

La determinazione dei nuovi collegi
In caso di vittoria dei sì e di promulgazione della riforma, diminuendo i parlamentari, ma restando sempre uguale il territorio nazionale, l'estensione geografica dei collegi tenderà ad aumentare. Spetterà al Governo disegnare i nuovi collegi con un decreto legislativo. Una operazione per la quale possono volerci fino a due mesi. E in discussione c'è anche una ben più radicale riforma della legge elettorale in senso proporzionale.

I precedenti
Il referendum sul taglio dei parlamentari per cui il governo ha indicato la data del 29 marzo sarà il quarto referendum costituzionale confermativo della storia della Repubblica. Nei tre precedenti, due volte la legge approvata dal Parlamento senza la maggioranza dei due terzi è stata respinta dagli elettori, una sola è stata approvata ed è diventata legge costituzionale.

Il primo caso è quello del 7 ottobre 2001 quando si tiene il referendum per confermare o no la riforma del Titolo V della Carta, approvata dalla maggioranza dell’Unione negli anni dei governo Prodi, D'Alema e Amato: passa con il 64,2% di voti favorevoli anche se l’affluenza si ferma poco oltre il 34%. Il secondo caso di referendum confermativo, 25-26 giugno 2006, riguarda la riforma costituzionale varata dal governo Berlusconi (su ispirazione della Lega di Bossi e con Calderoli ministro delle Riforme): la cosiddetta 'devolution' è bocciata con il 61% mentre i votanti raggiungono il 52%. Il 4 dicembre 2016 è la volta del terzo referendum costituzionale nella storia repubblicana: la maggioranza dei votanti respinge il disegno di legge costituzionale della riforma Renzi-Boschi, approvata in via definitiva dalla Camera ad aprile 2016 e che puntava tra l’altro a superare il bicameralismo perfetto ai danni del Senato. A dire no è il 59,11%, contro il 40,89% di sì. I votanti però sono record, quasi il 69%. Prima conseguenza politica le dimissioni del governo Renzi.

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