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Taglio dei parlamentari, cosa succede con le dimissioni di Conte

Dopo le comunicazioni al Senato Conte salirà al Colle per presentarsi dimissionario: il ddl costituzionale sul taglio dei parlamentari si arenerà. Salterà del tutto invece in caso di elezioni anticipate

di Andrea Gagliardi


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2' di lettura

Il premier Giuseppe Conte dopo le comunicazioni al Senato martedì 20 luglio è salito al Colle per presentarsi dimissionario: il ddl costituzionale sul taglio dei parlamentari dunque si arenerà. Salterà del tutto invece in caso di elezioni anticipate. Anche se il traguardo è vicinissimo. Il provvedimento è in calendario il 22 agosto alla Camera, per l’ultimo passaggio, ossia due giorni dopo le comunicazioni del premier a Palazzo Madama.

L’11 luglio è stato superato il terzo dei quattro round per la sforbiciata. Con 180 sì e 50 no il Senato ha approvato il testo blindato della riforma costituzionale che riduce il numero degli “onorevoli” a quota 600 (contrari Pd, gruppo Misto e Autonomie; Forza Italia non ha partecipato al voto): ossia 345 poltrone in meno (ridotto da 630 a 400 il numero dei deputati e da 315 a 200 quello dei senatori).

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Quella del taglio dei parlamentari è una bandiera del Movimento, che stima risparmi di «100 milioni di euro all’anno, 300 mila euro al giorno». Se Conte si dimette, il lavoro delle Camere si blocca e non si può procedere con il voto, tanto più su una riforma di rango costituzionale. Eppure il lavoro fatto non andrà perso se la legislatura prosegue. In presenza di un accordo politico tra le forze capaci di comporre un nuovo governo (sia esso di scopo, istituzionale o di portata più ampia, ossia di legislatura) si ripartirebbe dal punto in cui si è interrotto il lavoro. Ossia dalla terza lettura del Senato.

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Le aperture di Renzi sul taglio dei parlamentari targato M5s
L’accordo per proseguire sembra esserci in caso di un (attualmente molto improbabile) nuovo governo M5s -Lega. Salvini infatti ha manifestato recentemente, nel tentativo di ricucire con i pentastellati, l’intenzione di esssere in aula il 22 agosto «per votare per la quarta volta il taglio dei parlamentari». Ma il tema potrebbe essere inserito, in teoria, anche dentro un programma M5s-Pd, pur avendo i dem in Parlamento finora votato no alla riforma pentastellata, perché contrari a un taglio secco dei parlamentari senza un superamento del bicameralismo perfetto.

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Nel lanciare nei giorni scorsi la sua ipotesi di governo istituzionale, l’ex leader dem Matteo Renzi (che ancora controlla la maggior parte dei gruppi parlamentari alla Camera e al Senato) ha spiegato che «non si devono fare le barricate» contro la riforma costituzionale dei Cinque stelle per il taglio dei parlamentari, «anzi se viene vista da parte del Parlamento come prioritaria, io sono per andare a vedere le carte e votare la riforma poi sono per far pronunciare i cittadini con il referendum».

In mancanza di un quorum di due terzi dei voti del Parlamento (scontato in questo caso, dal momento che Fi si è sfilata), sarà possibile infatti chiedere il referendum confermativo della riforma. Come stabilisce la Costituzione, entro tre mesi dalla pubblicazione della legge possono chiederlo un quinto dei deputati o dei senatori o 500 mila cittadini o 5 Consigli regionali.


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