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Taglio parlamentari, scelta la via più facile ma meno efficace

L’Italia è ancora l’unico Paese europeo con due Camere che hanno esattamente le stesse funzioni

di Roberto D'Alimonte

Taglio dei parlamentari: tutte le nuove regole

4' di lettura

Tagliare il numero dei parlamentari non è una idea sbagliata. È sbagliato il modo in cui è stata fatta. Si poteva, e doveva, fare affrontando contestualmente il problema del superamento del bicameralismo paritario.

Ci piace ricordare che siamo ancora l’unico Paese europeo con due Camere che hanno esattamente le stesse funzioni. Dunque, si poteva abolire il Senato e passare a un sistema monocamerale anche senza modificare il numero dei deputati oppure si poteva puntare ad un Senato delle regioni con pochi e qualificati membri riducendo contestualmente il numero dei deputati.

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Si è scelta invece la strada più semplice ma meno efficace per dare al nostro Paese un Parlamento meno costoso e più efficiente. La cosa non deve sorprendere. Il M5s è una strana creatura, un misto di innovazione e di conservazione. È nato per promuovere la democrazia diretta ma allo stesso tempo ha fatto propria l’idea della centralità del parlamento. Introdurre il referendum propositivo va bene, ridurre i poteri del Senato no. Questa è la filosofia del Movimento. E così ci terremo per chissà quanto tempo ancora due Camere identiche.

In verità, questa riforma introduce qualche differenza tra Camera e Senato. Non nelle funzioni ovviamente ma nella rappresentanza. Lo fa involontariamente. Il Senato infatti diventerà una camera un pochino più disproporzionale dell’altra. Con il sistema elettorale in vigore i seggi proporzionali sono qui 199 e quelli maggioritari (i collegi uninominali) 116. Con il taglio diventeranno rispettivamente 126 e 74.

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Questa modifica renderà più difficile ai partiti più piccoli ottenere seggi nelle Regioni più piccole e contestualmente rafforzerà i partiti più grandi. In questo consiste l’effetto disproporzionale aggiuntivo della riforma. Al Senato, a differenza della Camera, la distribuzione dei seggi avviene a livello delle singole Regioni e quindi la soglia per ottenere un seggio si alza in quelle dove i seggi da distribuire sono pochi. Per chi, come il sottoscritto, è un disproporzionalista convinto questo non è un problema. Visto che il sistema in vigore è prevalentemente proporzionale un po’ più di maggioritario non guasta.

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Non è scritto da nessuna parte che tutti i partiti debbano essere rappresentati in tutte le Regioni. E in ogni caso c’è la Camera dei deputati dove, grazie al maggior numero di seggi proporzionali e alla loro distribuzione a livello nazionale, i piccoli partiti potranno ottenere rappresentanza anche in quelle Regioni dove ne resteranno esclusi al Senato.

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Tutto ciò non significa che l’attuale legge elettorale non vada ritoccata. Si possono fare aggiustamenti per salvaguardare la rappresentanza delle minoranze linguistiche e si potrebbe prevedere che l’assegnazione dei seggi proporzionali al Senato sia fatta in un ambito pluriregionale per favorire i partiti più piccoli. Questo aggiustamento richiede una modifica della costituzione ma non dovrebbe essere difficile approvarla. Quello che invece non si deve fare è approfittare del taglio dei parlamentari per riportare l’Italia ai tempi della Prima Repubblica. La tentazione di molti infatti è quella di usare la riforma costituzionale come alibi per la reintroduzione di un sistema proporzionale puro. Dopo aver stabilizzato i governi comunali e regionali con riforme di stampo maggioritario, questa sarebbe la ricetta sicura per preservare l’instabilità di quelli nazionali.

Il documento dei capigruppo della maggioranza che accompagna la riforma appena approvata cita la necessità di un aggiustamento della legge elettorale. Il riferimento che vi si fa al pluralismo politico e territoriale lascia aperta la porta al proporzionale, ma di proporzionale non si parla esplicitamente come invece sembrava si volesse fare fino a ieri. Chi conosce i sistemi elettorali sa bene che il pluralismo si può preservare anche con l’uso di sistemi misti e non solo con sistemi proporzionali puri o quasi puri. Si vedrà da qui a dicembre cosa verrà fuori. Nel frattempo registriamo con piacere il fatto che nel documento in questione si parla di «dialogo con le forze di opposizione».

Questo è un punto essenziale. Il Paese ha assolutamente bisogno di regole condivise. Continuare a fare riforme a colpi di maggioranza o di referendum alimenta polarizzazione e ingovernabilità. Il taglio dei parlamentari può rappresentare un importante terreno di incontro tra maggioranza e opposizione. La legge elettorale è un tema. L’altro, opportunamente citato nel documento dei capigruppo di maggioranza, è la riforma dei regolamenti parlamentari. In questo caso non ci sono dubbi che il taglio dei parlamentari vada accompagnato da modifiche delle norme sulla formazione dei gruppi, sulla composizione delle commissioni e in generale sul funzionamento delle camere. Su questo terreno non c’è motivo per cui le modifiche necessarie non possano essere fatte insieme.

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