verso il referendum del 20 e 21 settembre

Taglio parlamentari, tutti i partiti votarono sì ma ora il no attraversa gli schieramenti

Tutte le forze politiche presenti in Parlamento, che pure hanno votato quasi all’unanimità in Aula per la riduzione, sono attraversati da tormenti e divisioni

di Andrea Gagliardi

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3' di lettura

A un mese dal referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari (il 20 e 21 settembre insieme alle regionali), l’unico leader politico che davvero sembra puntare sulla vittoria del Sì è Luigi Di Maio, che ha annunciato un tour nelle piazze del Paese per sostenere le ragioni del voto a favore della sforbiciata. Ma anche il M5s ha la sua una fronda interna (il No è la posizione dei parlamentari Elisa Siragusa, Andrea Vallascas, e Mara Lapia).

Lega per il sì ma non mancano i distinguo

E del resto tutti i partiti presenti in Parlamento, che pure hanno votato quasi all’unanimità in parlamento per il taglio, sono attraversati da tormenti e divisioni. A partire dal centrodestra. La Lega ha votato a favore del taglio dei parlamentari in tutti e quattro i voti previsti nella lunga gestazione parlamentare. Matteo Salvini ha perciò schierato ufficialmente il partito per il Sì al referendum. Ma non si straccerebbe le vesti per una vittoria del No. «La Lega vota sì anche se non siamo proprietari del cuore e dell'anima degli italiani che dovranno esprimersi sul referendum» ha detto recentemente. Come a voler prendere le distanze da una campagna militante. La linea è: basso profilo, anche perché il drastico ridimensionamento degli eletti (sono previsti 325 parlamentari in meno) si porterà dietro malumori a non finire tra deputati e senatori esclusi. Del resto lo stesso Claudio Borghi, l'ex presidente della commissione Bilancio della Camera, anti europeista, consigliere economico di Salvini, ha annunciato al Corriere: «Da cittadino voterò No. Da politico e rappresentante dei cittadini ho detto SI perché era nel programma della Lega e della coalizione gialloverde ma io sono sempre stato contrario». E persino Giorgia Meloni che sul Sì ha “militarizzato” Fdi è consapevole del fatto che la vittoria del No sarebbe una mazzata al governo e ai Cinquestelle.

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Forza Italia spaccata

In Forza Italia la strada del Sì, anche qui formalmente quella prescelta, è tutta in salita, perché il No dilaga. Tra i big forzisti per il No: Renato Brunetta, responsabile economico; Francesco Paolo Sisto, capo dipartimento affari costituzionali; Osvaldo Napoli; Alessandro Cattaneo, responsabile formazione di Fi; Deborah Bergamini vice presidente commissione Trasporti. E soprattutto per il No si è schierato Giorgio Mulè, il portavoce del partito. Andrea Cangini è uno dei forzisti che con Nazario Pagano e Simone Baldelii ha promosso le firme per il referendum e il No. Da ricordare che per la validità del referendum costituzionale non è obbligatorio che vada a votare la metà più uno degli elettori aventi diritto. Basta la maggioranza dei voti validi, indipendente da quante persone si recano ai seggi

Acque agitate tra i dem

I no crescono anche nel Pd, favorevole al taglio dei parlamentari, abbinato però a una riforma complessiva. A partire da una nuova legge elettorale (è saltato l’accordo preliminare con il M5s e Iv era per un proporziona con soglia di sbarramento al 5%, ndr) che però non ha fatto finora nessun passo avanti in Parlamento. Nei prossimi giorni una direzione Pd dovrebbe fare chiarezza definitivamente sulla posizione sul referendum. Fatto sta che c’è chi come il ministro della Difesa Loreno Guerini, il governatore della Campania Vincenzo De Luca e i parlamentari Tommaso Nannicini, Matteo Orfini e Francesco Verducci hanno preso posizione per il No.

La galassia di associazioni e partiti per il no

Del resto è tutta la galassia progressista attorno al Pd a orientarsi per il no. All’appello manca solo la Cgil. Per il resto a sinistra lo schieramento di associazioni contro il taglio dei parlamentari è piuttosto sovrapponibile a quello che il 4 dicembre 2016 si oppose con successo alla riforma costituzionale sponsorizzata dall’allora premier Matteo Renzi: dall’Anpi, all’Arci. Con l’aggiunta delle Sardine. Un manifesto per il no è stato sottoscritto da 183 costituzionalisti. Tra le adesioni, si segnala quella del presidente emerito della Corte Costituzionale Giuseppe Tesauro. Al no hanno aderito i radicali, Sinistra italiana, Verdi, Rifondazione comunista, Partito socialista, Azione di Calenda e +Europa.

Italia Viva tiepida

Sul referendum sono tiepidi i toni di Italia Viva che con Boschi ricorda: «Il tema delle riforme non si esaurisce col taglio dei parlamentari». Per il momento la posizione del partito guidato da Matteo Renzi è attendista. È probabile che sarà lasciata alla fine libertà di voto.

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