politiche comunitarie

Tajani: «Serve un piano europeo per il turismo»

di Laura Cavestri


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(© Chris Hill/National Geographic Society/Corbis)

3' di lettura

Un viaggiatore cinese, oggi, visita in media 4 o 5 Stati europei. Già oggi i concorrenti dell'Italia non sono Francia Spagna o Fiandre. Ma Caraibi, Nord America e sud-est asiatico». Per il presidente dell’Europarlamento, Antonio Tajani, il turismo, con un peso pari a oltre il 10% del Pil della Ue - un valore attorno ai 1.500 miliardi di euro - deve iniziare ad essere considerato un asset industriale a tutti gli effetti. «Come l’acciaio». Per il quale serve una vera e propria strategia europea.

Per questo, Tajani - mercoledi, in apertura degli Stati Generali del Turismo europeo - ha chiesto alla Eurocommissione una sezione dedicata specificamente al settore nel bilancio Ue. «Un fondo di almeno 25 milioni di euro l’anno, con un effetto moltiplicatore degli investimenti privati capace di mobilitare risorse per 75». Con l'obiettivo «da qui al 2025 di avere il doppio dei turisti in Europa - arrivando al miliardo di arrivi - e creando oltre 5 milioni di nuovi posti di lavoro».

Più fondi per fare cosa? Per il Parlamento europeo - che con questo evento punta a imporre il “capitolo” turismo all’attenzione di una Commissione da sempre propensa a considerarlo come mero interesse di Paesi mediterranei - occorre lavorare su diversi fronti: attirare maggiori investimenti, con un Piano strategico che incrementi e renda più efficace l'utilizzo dei fondi Ue, promuovere una formazione professionale in linea con le esigenze di un settore maturo, governare la rivoluzione digitale e sfruttare le sinergie per la promozione della destinazione Europa sui mercati internazionali, attraverso quella «Piattaforma per la promozione congiunta», già proposta dalla Commissione europea, in sinergia con la European Travel Commission, sul modello in vigore in Usa, Canada e Australia.

Un modello che, sino ad ora, ha funzionato poco. Perché innanzitutto ci sono gli “egoismi” degli Stati europei. Il turismo è sostanzialmente ancora una competenza nazionale. E, nel caso italiano, è una competenza ripartita tra Stato e Regioni, con esperienze virtuose (il Pil del turismo in Veneto vale quanto tutto quello delle regioni del Sud insieme), ma anche dispersione di fondi, iniziative promozionali e siti degli enti locali in ordine sparso. Sui fondi, poi, aleggia l’incertezza della Brexit e del dover comunque fare i conti con l’uscita di uno Stato membro da sempre forte contribuente.

Una miopia che rischia di costarci cara. Perché secondo i dati più recenti forniti dall’Omt (l'Organizzazione mondiale del turismo), nel 2015, nel mondo, gli arrivi internazionali sono stati di oltre 1,1 miliardi con un incremento pari al 4,6 per cento. Quasi tutte le macro-aree mondiali hanno presentato variazioni positive negli arrivi: la crescita è risultata più elevata per le Americhe (5,9%) e per l'Asia e Pacifico (5,6%), sono seguite l'Europa (4,7%) e il Medio Oriente (1,7%). Solo l'Africa è risultata in flessione (-3,3%).

Tuttavia, proprio l'Europa si conferma l’area più visitata del mondo: ha raggiunto quota 607,7 milioni di arrivi, con 27,5 milioni di turisti in più rispetto al 2014; l'aumento è stato apprezzabile anche nell'Europa meridionale e mediterranea con 10,4 milioni di arrivi in più (+4,8%). Ma la quota di mercato Ue, che oggi è del 51% secondo l'Omt, nel 2030 potrebbe scendere al 40 per cento. Siamo già indietro (41%) sulla quota di introiti internazionali, ossia le entrate corrispondenti a quanto speso dai visitatori internazionali per alloggio, cibo, shopping e intrattenimento. Anche perché spesso a viaggiare di più in Europa sono gli stessi cittadini europei, che per business e turismo si spostano da un Paese all'altro. Quindi per brevi periodi (da 1 a 3 notti fuori). Mentre la grande sfida è riuscire ad attrarre il nascente (ed esigente) turismo cinese.

E l’Italia? Nella classifica dell'Organizzazione Mondiale del Turismo, si colloca quinta per capacità attrattiva con 50,7 milioni di arrivi internazionali e i dati 2016 del World Travel and Tourism Council certificano che la nostra industria turistica vale 76 miliardi di euro (ovvero il 4,2% del Pil) che salgono a 172,8 miliardi di euro (il 10,3% del Pil), se si aggiunge anche tutto l'indotto, con la capacità di dare lavoro a circa 2,7 milioni i lavoratori nel settore.

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