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Talarico, l’artigiano di Napoli che esporta ombrelli in Cina

Bottega storica dal 1860 oggi vende pezzi unici a Pechino e a Londra

di Vera Viola


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Vico Due Porte, che sbuca su via Toledo, rivela l'esposizione dei pezzi unici di Talarico in un negozio aperto dal 1860 e ormai alla quinta generazione di artigiani specializzato in ombrelli e bastoni

3' di lettura

Vendere gli ombrelli ai cinesi è quasi come portare il ghiaccio agli esquimesi. Eppure da Napoli partono ombrelli per Pechino, dove è noto che ci sono i maggiori consumatori e anche produttori; oppure per Londra, prima città nel mondo per la produzione.

Gli accessori in questione partono da Vico Due Porte a Toledo, nel centro storico di Napoli, e più precisamente dalla bottega di Mario Talarico: senior e junior, zio e nipote, stesso nome, stessa passione ed estro creativo.

Manici a testa di uccello, o con il viso di Totò, in 23 essenze di legno, o metallo, tessuti in seta, quella prodotta una volta nel vicino borgo di San Leucio in provincia di Caserta, oggi solo in Piemonte, nelle fabbriche di Giussano, vicino Cantù. Il Cavalier Mario Talarico oggi ha 88 anni e da quando ne aveva dieci ha dedicato la vita intera a bottega, ombrelli e bastoni. Sebbene avesse frequentato poco la scuola, grazie però a molta pratica, grande inventiva e capacità di relazioni, Mario senior ha trasformato la bottega ereditata da nonni e padre - oggi è alla quinta generazione - in un luogo unico visitato da stilisti, star dello spettacolo, re e governanti . E non da oggi. «Il primo ombrello l’ho costruito a 12 anni – racconta Mario senior – e consapevole di dover fare qualcosa di molto diverso, realizzai un ombrello molto sottile. Dimostrai di avere passione ed estro: così venni ammesso a lavorare sul banchetto che era stato dei miei nonni. Da allora ho sempre cercato di creare, innovare, fare il mio meglio. Mio nipote Mario, oggi titolare della società di persone, ha portato idee più giovani ed è un vero artista».

Siamo negli anni ’90 quando passa per la bottega di Talarico un giornalista americano che nota gli ombrelli esposti e se ne innammora. Torna in patria, li mostra a un ombrellaio suo amico di New York il quale si precipita a proporre al collega di via Toledo: tu produci, io metto il marchio e dividiamo il guadagno. Ma il napoletano rifiuta: il nome dei suoi prodotti è Talarico e non si cambia. Il collega americano se ne fa una ragione e compra e vende nelle belle strade di New York gli ombrelli col marchio napoletano.

Talarico non esce dalla bottega, non cerca acquirenti: sono questi che vanno da lui. «Il mio amico Maurizio Marinella (famoso imprenditore nel settore delle cravatte, n.d.r.) – racconta – ci conosciamo da quando portava i pantaloni corti, apre un negozio in Cina con un partner locale. I cinesi ricchi amano la sartoria napoletana. In quel negozio Maurizio porta anche i miei ombrelli e bastoni». E continua: «Così Mariano Rubinacci, nel suo splendido atelier di Londra». Giornali e riviste patinate scoprono la storia dell’ombrellaio napoletano e la diffondono. Talarico diventa un nome noto nel mondo. Per la bottega passano attori, cantanti. «A Lucio Dalla – racconta con nostalgia – proposi un ombrello con manico d’argento in stile arabo. Solo il manico mi costò 20mila euro». Il passa parola e i flussi di turisti in crescita diffondono la leggenda di Talarico. «Ho un cliente di Dubai – aggiunge – che ha comprato 750 ombrelli. Pensate, vive dove non piove mai, ma ne fa la collezione. E ha due collaboratori che ogni giorno li spolverano». Gli ombrelli di Talarico in viaggio oltre confine – da 70 euro in su – volano in Russia (ne ha uno Putin), vengono donati a Papa Francesco, a Papa Ratzinger. «Realizzai per Luca De Filippo – ricorda – l’ombrello per “Natale in casa Cupiello”». Arrivano in Corea, Giappone. Nel 2005 entra in bottega Mario il nipote, con un passato da disegnatore di fumetti, che porta gli ombrelli sui social, tesse nuove relazioni, propone ombrelli “su misura” o dipinti a mano. Il mondo passa per la bottega di Talarico: 24 metri quadrati , quattro artigiani a lavoro. «Siamo una piccolissima realtà – osserva lo zio ormai a riposo – la domanda c’è, non riusciamo a soddisfarla tutta, ma i costi di produzione sono troppo alti per permetterci di assumere e di crescere. Certo, sarebbe necessario che lo Stato aiutasse le piccole aziende artigiane. Ma la realtà è che, sebbene apprezzate nel mondo, sono destinate a scomparire».

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