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Tante campionesse nello sport italiano ma poche manager

In Italia solo due federazioni fra le 45 affiliate al Coni sono guidate da donne, Laura Lunetta e Antonella Granata

di Maria Luisa Colledani

Non abbiamo paura. Uscite fra i rimpianti dai Giochi di Tokyo, le ragazze dell'Italvolley diventano, un mese dopo, campionesse d'Europa in casa della Serbia

3' di lettura

Come una lunga e faticosa maratona per trovare spazio nelle sedi in cui si decidono le cose dello sport. Le donne italiane sono pronte, hanno nelle vene capacità gestionali e lungimiranza ma le poltrone delle scelte sono ancora a loro precluse in una distonia abbastanza evidente con quanto avviene nella società e sui campi di gara: dalla eterna Vanessa Ferrari alle ragazze dell’Ital-volley di Paola Egonu, da Sofia Goggia ad Arianna Fontana, le medaglie azzurre sono spesso al collo delle sorelle d’Italia. Anche Valentina Vezzali, fiorettista infinita e ora sottosegretaria allo Sport, riconosce la lunga marcia da fare: «Il percorso che, ancora oggi, le donne devono compiere per superare stereotipi, ruoli culturali e sociali per essere protagoniste è piuttosto tortuoso, perché la parità di opportunità è ancora lontana dall’essere realizzata». Traguardo lontano ma, prosegue Vezzali, i risultati recenti sono incoraggianti: «Come in altri settori, c’è da fare molta strada anche in ambito sportivo, per raggiungere un livello significativo di rappresentanza negli organismi di governo dello sport e a capo delle federazioni, nonostante i lusinghieri risultati conseguiti dalle atlete in tutte le discipline. L’importante è non arrendersi perché la società, la politica e lo sport hanno bisogno di noi».

Chi, da quando aveva 12 anni, ha sempre fatto un passo in più ogni giorno è Laura Lunetta, presidente della Federazione danza sportiva, eletta a fine gennaio: insieme ad Antonella Granata (squash) sono le uniche due donne leader nelle 45 federazioni riconosciute dal Coni. «Ho iniziato da ragazzina - spiega la presidente Lunetta - vivendo tutti i ruoli del percorso: sono stata atleta, insegnante, giudice e poi dirigente. A fare la differenza è la formazione accademica (Lunetta è biologa, professoressa a Tor Vergata, ha conseguito Phd in ingegneria e master, ndr) che offre gli strumenti per sapere come gestire il mondo dello sport in una proficua ricerca di condivisione di competenze, multidisciplinarietà, cooperazione e integrazione con altre federazioni: è quello che mi piace definire come un pink thinking integrato a 360°».

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Grazie alle scelte fatte dal Consiglio nazionale del Coni nel 2018 e 2020 volte all’introduzione della quota del 30% di rappresentanza di genere diverso all’interno dei Consigli federali e a nuovi regolamenti elettorali territoriali e nazionali per il rinnovo delle cariche del Coni (quattro membri su 13 di genere in Giunta e dieci su 28 in Consiglio nazionale), in un quadriennio olimpico, la presenza femminile è passata da una cinquantina di consigliere a 120, con 13 federazioni che hanno un vicepresidente donna (Teresa Frassinetti, nuoto; Chiara Appendino, tennis; Norma Gimondi, ciclismo; Grazia Maria Vanni, atletica; Maria Rosa Flaiban, pesistica; Maria Amelia Lolli Ghetti, golf; Luciana Mezzopera, danza sportiva; Roberta Soldi, baseball softball; Marika Kullmann, pattinaggio; Grazia Basano Rebagliati, sport equestri; Emanuela Croce Bonomi, tiro a volo; Claudia Nista, badminton; Paola Gobbi, discipline armi sportive e da caccia).

I numeri sono ancora piccoli ma crescono con costanza: una ricerca dell’Eige, l’European Institute for Gender Equality, testimonia che nel 2019 le donne ai vertici delle principali federazioni continentali erano il 20,3%, nel 2021 sono al 23,2%, con la certezza che il sistema si può cambiare solo dall’interno, solo stando là dove si decide, come hanno sottolineato più volte anche Sara Gama, consigliere federale Figc, Federica Pellegrini, membro Cio in rappresentanza degli atleti, e Martina Caironi, stesso ruolo nel Comitato paralimpico.

Antonella Granata, prima presidente di una federazione sportiva italiana, guida da un anno la Federazione squash: «Il tirocinio della vita che ci fa essere mogli, mamme e lavoratrici allo stesso tempo si è rivelato prezioso: ho preso le misure al sistema, sono stati mesi di verifica e osservazione per partire proprio ora con i primi progetti destinati alla promozione del nostro sport». Per allargare spazi e orizzonti, come fece cent’anni fa, nel 1922, Alice Milliat. Era nata a Nantes nel 1884, amava il canottaggio e aveva fondato la Fédération Sportive Féminine Internationale per spingere lo sport delle ragazze bistrattate se si mettevano in corsa, anche per l’uguaglianza dei diritti. Alice, con coraggio e irriverenza, organizza la prima edizione dei Giochi olimpici femminili. È il 20 agosto 1922 e allo Stadio Pershing di Parigi gareggiano 77 atlete da Regno Unito, Usa, Francia, Svizzera e Cecoslovacchia. Il successo è tale che il Cio deve arrendersi e aprire le porte dei Giochi alle donne ad Amsterdam 1928. La modernità di Alice Milliat, dirigente ante litteram, ha aperto le porte della storia: non ci resta che correre.

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