MODA E FUTURO

Tanto eco quanto scalabili: la svolta di tessili e materiali

Dalla moda all'automotive, la sostenibilità esce dai laboratori di ricerca per entrare nel mercato globale

di Alexis Paparo

default onloading pic
La polpa Circulose, che può dar vita a cotone, viscosa e lyocell.

Dalla moda all'automotive, la sostenibilità esce dai laboratori di ricerca per entrare nel mercato globale


9' di lettura

L'invenzione della prima fibra di cellulosa, pura al 100 per cento, estratta da abiti inutilizzati e scarti di tessuto è del 2012. Quella della pelle di cactus, del 2017. E c'è chi, nel 2014, è andato in salumeria e ne è uscito con l'idea per rendere il denim stretch biodegradabile. Eppure è oggi che ha senso raccontare queste storie. Nel momento in cui smettono di essere idee e prototipi e diventano prodotti pronti ad affacciarsi sul mercato. I tessuti e le pelli presenti in queste pagine, che arrivano dal Messico e dalla Brianza, dalla Svezia e dalla Pennsylvania, sono oggi a disposizione della moda, del design, dell'automotive, come alternative più sostenibili all'offerta esistente e con volumi di produzione aumentabili anche fino a dieci volte entro il 2025.

Alla base di ogni innovazione c'è un pensiero divergente, che spinge la mente oltre gli schemi di ragionamento ordinari e torna con una soluzione nuova e percorribile. La crisi innescata dal Coronavirus è connessa a quella ambientale perché entrambe richiedono un approccio laterale, entrambe hanno le proporzioni di un iceberg, inattese e ancora non del tutto quantificabili. Se mai, la pandemia ha accelerato le richieste di soluzioni sostenibili. All'industria tessile non basta ridurre l'impatto dell'esistente, va trovata una via alternativa ai materiali plastici e di derivazione animale, scalabile già in partenza per far fronte ai bisogni futuri. Così si guarda alle piante, alle alghe, ai miceli, ma, in molti casi, il collo di bottiglia è il passaggio dal laboratorio di ricerca al mercato globale.

Il report di McKinsey Fashion's new must have: Sustainable sourcing at scale aiuta a inquadrare il momento. Il 55 per cento delle aziende intervistate punta a utilizzare materie prime sostenibili almeno per metà della sua produzione, entro il 2025. Ma per il 46 per cento delle imprese (che diventa il 95 per cento di quelle con oltre un miliardo di dollari di valore di approvvigionamento), la disponibilità è l'ostacolo principale alla transizione.

La pelle vegan realizzata utilizzando le pale del cactus (da 20 a 25 $, per pezzatura da 1 m x1,40 m).

«Nel nostro impianto di Kristinehamn (nella Svezia centrale, ndr) produciamo 7mila tonnellate di materiale all'anno, ma l'obiettivo è arrivare a 250mila entro il 2025, con due nuovi stabilimenti fra Europa e America o Asia», spiega Patrik Lundström, ceo di Re:newcell. L'azienda ha brevettato una tecnologia che dissolve abiti in cotone e in altre fibre cellulosiche come la viscosa, in una nuova materia prima: la polpa Circulose. L'esordio sul mercato è stato nella collezione p/e 2020 Conscious Exclusive di H&M, ma si punta molto più in alto. «Abbiamo 60 brand in lista d'attesa e i nostri clienti stanno testando il prodotto. Fra questi il gruppo Kering: insieme, stiamo lavorando sia sullo sviluppo di un tessuto circolare sia su soluzioni di riciclo, entro fine 2020 ci saranno delle novità». Siamo in conference call, ma basta la voce a riportare l'entusiasmo di chi si sente parte di un nuovo capitolo. «In poche ore gli abiti usati, gli scarti o l'invenduto vengono ridotti in pezzi più piccoli, si separano gli elementi non cellulosici e le impurità per arrivare alla polpa Circulose. Non è materiale riciclato, ma materia prima rinnovata. Alla vista e al tatto non c'è differenza», continua Lundström. Il prezzo è quello di una viscosa di fascia medio-alta, intorno ai 5, 6 euro al metro.

Il processo chimico alla base della tecnologia risulta tra i più sostenibili. SCS Global Services, azienda leader nel campo delle certificazioni esterne ambientali, ha comparato in un report il ciclo di vita e l'impatto di dieci tipi di fibra cellulosica: Circulose si colloca al secondo posto fra i più virtuosi dopo la canapa belga, che al momento non è scalabile. «Si stima che, entro il 2030, il Pianeta raggiungerà gli 8,5 miliardi di abitanti. Non possiamo più permetterci di incenerire materie prime che impiegano anni prima di essere utilizzabili».

Come gli alberi, composti al 40-45 per cento da cellulosa. Secondo il ceo di Re:newcell, il legno sarà chiamato a breve a sostituire plastica e cemento e ci sarà molta competizione per le stesse risorse. Vale la pena di tirar fuori l'industria tessile dalla gara, avendo trovato un'alternativa per procurarsi la materia prima. Lundström parla da osservatore privilegiato: la Svezia è l'ottavo produttore di pasta di legno al mondo.

La piantagione di canapa del Linificio e Canapificio Nazionale, ad Astino, Bergamo.

La conoscenza del proprio territorio è stata importante anche nel caso di Desserto. Adrián López Velarde e Marte Cázarez si sono incontrati a Taiwan, ma il Messico è la base e il futuro della loro innovazione: un'eco pelle realizzata a Guadalajara partendo dalle pale del cactus e già esportata in Europa, Nord e Sud America, Australia, Asia. A due anni dall'idea, il prodotto è stato presentato alla fiera Lineapelle, a Milano a ottobre 2019, a marzo ha vinto il Green Product Award 2020 ed è stato selezionato per l'Lvmh Innovation Award 2020. Ne vengono già prodotti 500mila metri lineari al mese, con la possibilità di arrivare a un milione e 700mila. Perché la filiera è corta e velocissima. La materia prima viene dai 40 ettari di proprietà dell'azienda, un campo certificato Fda e Oxo, dove non si utilizzano pesticidi: gli scarti della lavorazione vengono immessi nell'industria del cibo.

«Dalla raccolta delle pale - senza tagliare le piante, che sono pronte per un nuovo raccolto ogni sei mesi - al prodotto finito passano al massimo tre settimane», spiega López Velarde, vice presidente di Adriano di Marti, l'azienda che commercializza Desserto, e che prima di fondarla ha lavorato nell'automotive e nell'arredo a Taiwan. Alla morbidezza - «la prima cosa che ha colpito a Lineapelle» - e alla possibilità di riprodurre qualsiasi colore e texture, si aggiunge la resistenza, testata fino a dieci anni di utilizzo intensivo. Il costo è fra i 20 e i 25 dollari, per pezzature da un metro per 1 metro e 40. Ci sono tre versioni di Desserto e la percentuale organica è del 32, 42 o 50 per cento. Spiega López Velarde: «Nel nostro laboratorio stiamo lavorando per aumentarla. Credo, però, che non ci si possa focalizzare sulla biodegradabilità, dimenticando la performance. Se la qualità del nostro materiale non è alla pari o superiore ai migliori prodotti sintetici o di derivazione animale, l'impatto globale rimarrà molto limitato».

I creatori di Desserto, invece, hanno una visione che ingloba il settore produttivo messicano. «Se tutto andrà secondo i piani, avremo bisogno di tanta materia prima nei prossimi due, tre anni. Insieme al governo, abbiamo individuato 3mila piccoli agricoltori, proprietari di terreni difficili, ai quali verranno dati gratuitamente le attrezzature e il know how per diventare nostri fornitori. È un progetto a cui teniamo molto, perché toccherebbe la vita di tanti».

La forza di questi materiali sta anche nel presentarsi al consumatore come una rivoluzione invisibile. I Coreva, i primi jeans stretch biodegradabili al mondo inventati dall'italiana Candiani Denim, sono indistinguibili da un paio tradizionale. «Mi ero reso conto che l'elastomero (sintetico e derivato dal petrolio, ndr) poteva essere oggetto di un rifiuto da parte dei consumatori, ovvero “non compro questo capo perché lo contiene”», racconta Alberto Candiani, quarta generazione alla guida del brand omonimo di denim e inventore della tecnologia. Tanto più nel momento in cui si sta facendo il salto da trend a nuova normalità.

L'idea di Coreva nasce nel 2014 proprio dalla volontà di risolvere il problema, ed è un bellissimo esempio di pensiero divergente. «Entrato in una rosticceria in provincia di Milano, mi accorgo che i salumi sono avvolti da una rete molto elastica. Dopo qualche ricerca, scopro cos'è: una gomma naturale vulcanizzata con un processo che non interferisce con la sua biodegradabilità. Penso che sarebbe perfetto riuscire a farne l'elemento elastico nel cotone del nostro denim», continua Candiani. «Il risultato finale è che, con la vulcanizzazione giusta, la gomma ha performance anche superiori all'elastomero tradizionale».

Coreva è entrato nelle collezioni di Denham, K.o.i. e Stella McCartney, che lo propone in dieci pezzi per l'autunno. Si trova nello store Candiani di Piazza Mentana, a Milano e sulla piattaforma online del brand. Nel 2020 ne verranno realizzati dai 200 ai 250mila metri (l'un per cento della produzione), ma i numeri possono essere triplicati nel 2021 e decuplicati entro il 2023. «In un primo momento, il mercato dovrà accettare un aumento di prezzo del 30 per cento. Un metro del nuovo tessuto costa intorno ai 7, 8 euro. Ma è il denim del futuro. Mi auguro che diventi lo standard per noi, e credo possa essere una rivoluzione per il mondo della moda».

Come tutti gli innovatori, Alberto Candiani guarda oltre. «Oggi vengono prodotti verosimilmente due miliardi di jeans l'anno, un buon dieci per cento finisce in discarica prima di raggiungere i negozi e un altro 14, 15 per cento ci arriva alla fine del suo ciclo di vita. Io immagino di rendere ogni singolo paio alla natura e inserire quello che sta per diventare rifiuto in un contesto di agricoltura rigenerativa. Un giorno produrremo il nostro cotone personalizzato attraverso cross breeding ¬ un progetto a cui lavoriamo con alcuni istituti di ricerca italiani ¬ avremo il nostro indaco, la nostra canapa, fertilizzeremo i campi con i jeans Coreva e chiuderemo il cerchio. Ce la faremo, dateci due, tre anni».

Anche materiali più tradizionali, come la seta e la lana, stanno avendo interessanti evoluzioni. A maggio la comasca Mantero, dal 1902 leader nella creazione e produzione di tessuti e accessori in seta, ha presentato Resilk, una seta pura, rigenerata tramite processi meccanici a partire da eccedenze di materiale, e riciclabile all'infinito. Stessa lucentezza di sempre, con il calore e la consistenza del cashmere. «Circa il 10 per cento del materiale che producevamo, ovvero oltre 100mila metri all'anno, non veniva poi utilizzato», spiega il ceo Franco Mantero, quarta generazione alla guida dell'azienda di famiglia. Scarti e seconde scelte ora trasformati in una collezione di capi e accessori sul mercato dall'autunno, e in metri di tessuto a disposizione dei brand – «e abbiamo già siglato molti accordi» – che volessero integrarli nelle loro linee. «Potenzialmente, è un progetto da centinaia di migliaia di metri, se alle eccedenze di Mantero si unissero quelle del distretto comasco e dei nostri stessi clienti e fornitori», continua il ceo. «Vorrebbe dire che l'emergenza Covid ha fatto davvero cambiare mentalità, non solo ai consumatori e ai brand, ma all'intera filiera della seta. L'idea di fare diventare Resilk un progetto di distretto c'è e ci stiamo lavorando; lo renderebbe ancora più sostenibile e scalabile».

Per la lana, il futuro è sinonimo di conquista di nuovi mercati. «Grazie a innovazioni meccaniche come Optim, un procedimento che infittisce la trama e aumenta resistenza e water repellence, sport e outerwear sono il presente», spiega Francesco Magri, regional manager continental Europe di Woolmark. «La nuova frontiera è l'automotive e sono varie le case che stanno presentando interni in blend di lana, in alternativa alla pelle. Come Land Rover per la sua Range Rover Velar, il cui progetto è stato studiato in collaborazione con Kvadrat, e Bmw, che propone sedute fino al 40 per cento in lana per la sua i3». La direzione è una sostenibilità dell'auto che non si fermi al motore. «Antistatica, anti-odore, ignifuga, capace di assorbire, in 24 ore, il 95 per cento di inquinanti come anidride solforosa e ossido di azoto, rappresenta una grande innovazione per il settore».

Complice una legislazione che fa chiarezza sulle differenze con la pianta di marijuana, sta rinascendo anche l'interesse globale per la canapa. Una coltura che non ha bisogno di erbicidi o pesticidi né di sistemi d'irrigazione, produce il doppio della fibra rispetto al cotone e assorbe il 150 per cento del suo peso in Co2. Può essere utilizzata per la produzione di carta e tessuti, cosmetici, prodotti edili e alimenti, nel settore medicale e come combustibile. Agli inizi del Novecento, l'Italia era tra i primi produttori al mondo, oggi la coltivazione industriale è scomparsa, nonostante il Linificio e Canapificio Nazionale , del gruppo Marzotto, abbia una piantagione sperimentale di un ettaro fra lino e canapa ad Astino, in provincia di Bergamo. «Stiamo partecipando al progetto di ricerca europeo Ssuchy per produrre un biocomposito con applicazioni nel settore automotive e aerospaziale, ma anche acustico ed elettronico», spiega l'ad Pierluigi Fusco Girard. «Presentiamo regolarmente progetti alla Commissione europea affinché finanzi programmi seri per lo sviluppo della canapa tessile: oggi siamo obbligati ad utilizzare quasi esclusivamente la produzione cinese».

Se nel tessile tradizionale non c'è ancora partita, perché il cotone ha avuto 80 anni di vantaggio in ricerca e sviluppo, basta cambiare gioco. Deve aver pensato questo Mark Sunderland, ricercatore alla Jefferson University della Pennsylvania e oggi chief innovation officer di Hemp Black, l'azienda che sta dando un volto hi-tech alla canapa. «Combinando il biochar di canapa con fibre sintetiche riciclate, ha dato vita a una nuova generazione di fibre, pellicole, pigmenti e inchiostri atossici e con una carbon footprint minima e le stesse caratteristiche dei prodotti sul mercato», spiega Michael Savarie, sustainability enterprise catalyst dell'azienda. A quattro anni dal brevetto, «Hemp Black lancerà, entro l'estate, la sua prima collezione atleisure con le tecnologie /element, fibra con proprietà antibatteriche, resistenti alla muffa e anti^odore, /ink, un inchiostro di canapa bio che sostituisce i derivati del petrolio e ha proprietà conduttive, e /hide, una pelle vegana», continua Savarie.

Se il look è un mezzo di comunicazione, 50, ma anche 30 anni fa, indossare materiali sostenibili voleva dire penalizzare l'estetica a favore del messaggio. I tessuti eco di oggi non limitano in alcun modo l'espressione di sé. È la sostenibilità che diventa di serie.

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti