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Tap schiva l’ostacolo. I periti al gip di Lecce: non si applica la legge Seveso

di Domenico Palmiotti

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Meledugno (Lecce) - Reuters


4' di lettura

Il gasdotto Tap schiva per ora l'ostacolo giudiziario più insidioso. I tre periti nominati mesi addietro dal gip di Lecce, Cinzia Vergine, hanno consegnato oggi la loro relazione e dichiarato che all'opera non va applicata la direttiva Seveso sui rischi ambientali correlati ai grandi impianti industriali. «In conclusione - scrivono i periti alla fine delle 31 pagine di rapporto al giudice delle indagini preliminari - non sono state trovate in Italia e in Europa strutture tecnologiche analoghe al terminale Prt di Tap in cui sia stata applicata una qualche forma delle direttiva Seveso».

Inoltre, il gasdotto e il terminale di ricezione vanno considerati, come da progetto autorizzato, parti distinte e non riconducibili ad un impianto unico. «Anche se la funzione delle due parti è la medesima (veicolare un vettore energetico attraverso un territorio), i due progetti hanno nella sostanza delle finalità diverse» affermano i periti Fabrizio Bezzo, Davide Manca e Lionella Scazzosi. «Per cercare una qualche esemplificazione, per quanto non totalmente aderente al caso specifico - dicono ancora gli esperti -, le due opere possono essere paragonate ad una presa e ad una spina elettrica. Il progetto Tap è un'opera il cui obiettivo è quello di rendere fruibile sul territorio italiano una disponibilità energetica (presa). Il progetto Pdi è un'opera che permette di ricevere quel vettore energetico rendendolo poi accessibile al sistema di trasporto nazionale e quindi ai clienti finali (spina). Non è tecnicamente necessario che il progettista della presa si occupi anche della spina (e viceversa) con i relativi cavi elettrici, anche se necessariamente devono essere condivisi standard e tecnologie in grado di rendere possibile la connessione». Circa poi la caratteristica del progetto Tap con le sue apparecchiature, i periti si interrogano se sia un sistema di trasporto munito di sistemi per ridurre e regolare la pressione, oppure uno stabilimento, intendendo per quest'ultimo un centro addetto al compito di «produrre, utilizzare, maneggiare o immagazzinare sostanze pericolose». E rifacendosi a quanto già deciso a marzo 2017 dal Consiglio di Stato, che ha confermato un precedente provvedimento del Tar Lazio, i periti dicono che il terminale di ricezione non é uno stabilimento così come lo configura la norma specifica. «Il sistema - si osserva - è funzionale alla depressurizzazione del gas e non ha come obiettivo alcun altro “maneggiamento” della sostanza». E comunque, puntualizzano i periti, «non vi è alcun elemento tecnico che possa indurre a una diversa interpretazione del sistema in termini di direttiva Seveso qualora i due progetti fossero interpretati come opera unitaria o cumulativa o sequenziale».

Da fonti Tap si apprende che la società del gasdotto ha preso positivamente atto dalla relazione consegnata al gip di Lecce. E' la terza volta che sul punto specifico c'è un pronunciamento che non mette in discussione il progetto. La prima volta risale appunto al Consiglio di Stato nel 2017; poi c'è stata un'archiviazione da parte della Magistratura di Lecce; adesso, invece, a fronte della riapertura dell'inchiesta a fronte di un esposto presentato da otto sindaci del Salento, tra cui quello di Melendugno, dove il gasdotto approderà dall'Adriatico, c'è il responso dei periti. Toccherà ora ai magistrati di Lecce vagliare la relazione e decidere che fare. In questa inchiesta ci sono tre indagati con l'accusa di truffa: il country manager, Michele Mario Elia, l'ex legale rappresentante di Tap, Clara Risso, e il direttore del Dipartimento infrastrutture energetiche del Mise, Gilberto Dialuce.

Intanto i magistrati salentini stanno esaminando, su un altro fronte, i documenti che i Carabinieri del Noe hanno sequestrato giorni fa in varie sedi, uffici e cantieri di Tap, compreso anche il laboratorio di analisi ambientali usato dalla società per il gasdotto. Questa è un'altra inchiesta. Riguarda l'accusa di inquinamento e di scarico abusivo di sostanze pericolose nella falda sottostante il cantiere di San Basilio a Melendugno, dove é stato riscontrato un superamento della soglia di contaminazione in rapporto a diversi inquinanti. Cromo esavalente, ma anche arsenico, nichel e manganese. Tap sostiene che l'inquinamento c'era prima della costruzione del pozzo di spinta - nel quale sarà calata la “talpa” per scavare il microtunnel -. L'accusa ritiene il contrario. Nell'area, i lavori sono fermi a seguito di un'ordinanza del sindaco di Melendugno, Marco Potì. Tap ha fatto ricorso sul punto al Tar del Lazio che ha rinviato una decisione al 5 dicembre in attesa di avere chiarimenti da Arpa Puglia. Tre sono anche gli indagati in questa vicenda: oltre ad Elia e Risso, Gabriele Paolo Lanza, project manager.

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Circa un mese fa, Tap ha ricevuto il via libera del Governo che non ha riscontrato irregolarità nelle autorizzazioni dopo aver compiuto una nuova istruttoria sul progetto. Anzi, il Governo ha palesato il rischio di risarcimenti danni miliardari verso i privati se l'opera fosse bloccata. L'ok del Governo non ha però placato le proteste locali dopo che i Cinque Stelle erano già finiti nel mirino, accusati di “voltafaccia” rispetto alle promesse elettorali. Tant'è che sindaci e No Tap continuano a fare affidamento nella Magistratura sperando che qualcuna delle inchieste in corso blocchi il gasdotto. E intanto, sull'altra sponda dell'Adriatico, il progetto va avanti. Il gasdotto turco Trans Anatolian Natural Gas Pipeline (Tanap) è stato collegato al Trans-adriatic pipeline (Tap), al confine tra Grecia e Turchia, nell'ambito della realizzazione del corridoio Sud del gas. Il collegamento è avvenuto lungo le sponde del fiume Evros, che segna il confine tra Grecia e Turchia. Attualmente l'opera è pronta per oltre l'80 per cento.

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