ciclismo

Tappa accorciata per la fine del Giro d’Italia: ciclisti contro le buche di Roma

di Dario Ceccarelli

Giro d'Italia, Roma blindata per tappa finale

4' di lettura

Cala il sipario sul Giro d'Italia. Un giro da cartolina. Purtroppo macchiato da un finale rocambolesco da commedia all'italiana. Le buche di Roma, ultima tappa della corsa rosa, si sono dimostrate molto più pericolose della discesa del Sestiere o dello sterrato del Colle delle Finestre. I romani ci sono abituati, ma i corridori del Giro, già abbastanza provati dalle fatiche di questa edizione, si sono ribellati chiedendo al terzo passaggio dei Fori imperiali che il tempo fosse neutralizzato. Non è una corsa di bighe, hanno commentato sui social.

Lo stesso Chris Froome, sollecitato da Elia Viviani, uno dei favoriti per lo sprint finale, è andato vicino alla macchina dell'organizzazione protestando vivacemente. Era troppo pericoloso: anche cambiando i tubolari, il rischio di cadere era altissimo. Alla fine gli ufficiali di gara, dopo molte resistenze, hanno ceduto temendo probabilmente una protesta più clamorosa che sarebbe andata in onda in mondo visione. La tappa, neutralizzata dopo tre giri, è stata quindi un affare solo per velocisti dove l'ha spuntata l'irlandese Sam Bennet, al suo terzo centro a questo Giro. Un finale assurdo, che porta nel mondo l'attuale situazione di Roma, città eterna anche nei suoi problemi irrisolti.

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Giro d’Italia, a Roma interrotta la tappa finale per le troppe buche del manto stradale

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M a facciamo le pagelle di questo 101 Giro d'Italia.
CHRIS FROOME (10). Il nuovo signore in rosa merita il massimo dei voti. Vincendo il Giro d'Italia il keniano bianco entra nel ristretto gruppo dei magnifici sette (Anquetil, Merckx, Gimondi, Nibali, Hinault, Contador) che in carriera hanno vinto i tre grandi giri. Entra quindi nel club del Triplete. Non solo: oltre ad essere il primo britannico a vestire la maglia rosa, ha anche centrato un “filotto” straordinario conquistando dall'estate scorsa Tour, Vuelta e Giro, un filotto riuscito soltanto al solito Merckx e a Hinault.

Ma questa è solo un dato statistico. Quello che ha colpito in Froome è stata la sua capacità di reazione. Dopo le cadute iniziali, e il ritardo sempre pesante che stava accumulando, è riuscito a rovesciare un Giro che stava naufragando. Prima con l'exploit dello Zoncolan, poi con il “volo” del Colle delle Finestre ha ribaltato una corsa che sembrava strettamente in pugno a Yates. Un carattere eccezionale, che gli va riconosciuto. «La più grande battaglia della mia carriera», ha detto alla fine. Un Froome «diverso»: più umile, perfino simpatico e umano. Non più corridore robot, ma un atleta capace di anche di straordinarie pazzie, come quella di Bardonecchia. Gli resta un'ombra addosso: la famosa vicenda del Sulbutamolo, su cui avrà decidere il tribunale dell'Antidoping. Non è una cosa da poco, perchè tra qualche mese, se fosse giudicato colpevole, questa maglia rosa che stiamo celebrando gli verrebbe ritirata. In passato ci sono già precedenti illustri. «Io so di non aver fatto nulla di male», ha gridato Froome al mondo intero. «E voglio dimostrarlo il più presto possibile». Froome ha perfettamente ragione. Non si può aspettare un anno, prima di emettere una sentenza. Purtroppo invece sarà così. Sembra che lo facciano apposta per consolidare quello che molti pensano: che spesso nel ciclismo si bara.

TOM DUMOULIN (9). Oltre a un grande vincitore c'è anche un grande sconfitto. L'olandese, dopo aver vinto il Giro dell'anno scorso, deve inchinarsi alla superiorità del britannico. Però va dato atto al Dumoulin di aver lottato giorno per giorno fino all'ultima montagna. Grande atleta, grande intelligenza. In un Giro dove ogni giorno c'era un tracollo, l'orange è sempre stato in corsa. Gli è mancato un guizzo, però per lui c'erano troppe salite e pochi chilometri a cronometro.

GIRO D'ITALIA (8). Un giro bellissimo, a parte il finale di Roma, che resterà nella storia del ciclismo. Tantissime montagne, panorami mozzafiato. Bella anche l'Idea di Gerusalemme. Qualcuno credeva fosse una scelta azzardata. E' stato molto più pericoloso concludere la corsa a Roma. Con una città ridotta così, non c'è sicurezza che tenga.

SIMON YATES (7). Ora su di lui sta calando il silenzio. Però è stato la vera rivelazione di questa edizione. Ottimo scalatore, ha vinto tre tappe, lasciandone una al suo compagno Chavez. Ha sbiellato alla crono di Rovereto andando fuori giri. Anche quando è affondato, lo ha fatto con dignità. E' giovane, gli servirà da lezione.

ELIA VIVIANI (7). Con un poker di sprint meriterebbe anche di più. Gli va male a Roma, ma si vede che non ama le buche. Ha solo un difetto: fatica a digerire le critiche.

DOMENICO POZZOVIVO (6,5). In un giro che con solo tre italiani nei primi venti, il piccolo corridore Lucano tiene alta la bandiera tricolore. Costante e determinato, forse per la pressione cede proprio nella tappa di Bardonecchia. Gli manca la cattiveria e il colpo del ko. Tra gli italiani vanno citati anche Enrico Battaglin (vincitore di una tappa) e Davide Formolo saltato sull'Etna. Poi si è difeso bene risalendo fino al decimo posto. Ha solo 25 anni e può solo migliorare.

MORENO LOPEZ (6,5). Un buon Giro per il colombiano, terzo sul podio a cinque minuti da Froome. Lucido e costante, centra il suo obiettivo.

THIBAUT PINOT (6). Nel Giro dei crolli, non poteva esimersi. Il suo è forse il crollo più “spettacolare” avendo chiuso la tappa di Cervinia con oltre 45 minuti di ritardo finendo anche all'ospedale per disidratazione. Ha la forza di non mollare. Comunque, da rispettate.

FABIO ARU (4). Siamo perfino generosi. Non ha attenuanti. Partito per la prima volta coi gradi di capitano, affonda nel suo Giro più importante. Avrebbe dovuto rilevare il testimone a Nibali. Bisognerà aspettare ancora un bel po'. Meno Male che Nibali non ha nessuno voglia di darglielo.

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