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Taranto chiede garanzie sui progetti

di Domenico Palmiotti

Ilva a Taranto (Ansa)

2' di lettura

In una città che si appresta al voto con 10 candidati sindaco e 37 liste, il fatto che la cordata Arcelor Mittal-Marcegaglia sia molto vicina all’aggiudicazione dell’Ilva suscita prudente attesa. Forse, vista l’enfasi data al tema della decarbonizzazione, col governatore della Regione Puglia, Michele Emiliano, che ne ha fatto una bandiera, ci si aspettava che prevalesse la cordata con Jindal e Cassa depositi e prestiti proprio perchè annunciava una svolta produttiva basata sul ricorso al gas in alternativa al carbone.

Ma la scelta diversa fatta dai commissari Ilva e ora proposta al Mise, non è avversata, tranne quei settori radicali che hanno sempre detto no a prescindere all’acciaieria. Il «sentiment» prevalente della città, almeno nelle componenti dell’impresa e del mondo del lavoro, è positivo pur nella cautela. Se non altro perchè dopo quattro anni di commissariamento, si comincia a intravedere un cambiamento. «Abbiamo chiesto da tempo che l’Ilva vada nelle mani di un management esperto, competente, e che risponda ad una proprietà e ad un’azionista» osserva il presidente di Confindustria Taranto, Vincenzo Cesareo. «Si va verso la nomina del timoniere, finalmente, ed è un grande passo avanti, poi il giudizio lo daremo man mano che vedremo la rotta, la navigazione» osserva Antonio Talò, segretario Uilm Taranto.

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Il risanamento ambientale e la difesa dei posti di lavoro sono le priorità che in questo momento ribadisce Taranto. E il fatto che entrambi i gruppi abbiano proposto la copertura dei parchi minerali - la prescrizione principe dell’Aia del 2012 - rassicura, a patto, però, che i lavori stavolta si facciano per davvero. «Mai tifato per l’uno o per l’altro - commenta Valerio D'Alò, segretario Fim Cisl Taranto - perchè le valutazioni si fanno su un’unica base: quali sono i progetti industriali e ambientali, quali i tempi e i modi di realizzazione, quali le risorse che si mettono in gioco».

Non abbassare l’asticella dei quasi 11mila posti di lavoro diretti, sottolinea la Fiom Cgil. Ma anche salvare e tutelare l’indotto che oggi esprime dai 2.500 ai 3mila addetti e presenta situazioni diversificate: mancanza di lavoro, carenze di servizi - che però spettano all’appaltatore, non all’Ilva -, stipendi non pagati o pagati in parte. Inoltre, se per l’Ilva la cassa integrazione straordinaria durerà sino alla fine dell’amministrazione straordinaria (tetto 3.300, 1.800-2.000 quelli coinvolti), nell’indotto, invece, osservano i sindacati, 800 persone sono «sospese» dal lavoro e gli ammortizzatori sociali vanno verso la scadenza. La necessità di un’attenzione all’indotto che rischia di collassare, è già stata posta al Governo. «Ma in prospettiva - osserva Cesareo - bisogna porsi anche l’esigenza di coinvolgere le imprese di Taranto nei lavori di cui il siderurgico ha bisogno». Altro nodo, i pagamenti dei crediti vantati dall’indotto prima dell’amministrazione straordinaria. «Sono 120-130 milioni - osserva Cesareo - e l’avere scelto l’offerta economicamente migliore ci dà qualche garanzia in più. Speriamo che a fine giugno si possa chiudere la definizione dello stato passivo per vedere la possibilità di una transazione».

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