Il riesame

Taranto, oggi il verdetto sul futuro dell’Ilva: cosa succede se vince il sì (o il no)

Si aspetta in giornata la decisione del Riesame di Taranto che dovrà dire se accoglie o boccia il ricorso presentato dalla società proprietaria dell'impianto

di Domenico Palmiotti

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(ANSA)

Si aspetta in giornata la decisione del Riesame di Taranto che dovrà dire se accoglie o boccia il ricorso presentato dalla società proprietaria dell'impianto


4' di lettura

Ore di attesa per l'altoforno 2 dell'Ilva di Taranto, ora ArcelorMittal. Si aspetta in giornata, 7 gennaio, la decisione dei giudici del Tribunale del Riesame di Taranto che dovranno dire se accolgono o bocciano il ricorso presentato dalla società proprietaria dell'impianto. Ricorso col quale Ilva chiede di annullare il rifiuto alla proroga per gli ulteriori lavori di sicurezza all'altoforno. Rifiuto che un altro giudice, Francesco Maccagnano, ha espresso lo scorso 10 dicembre nonostante il parere favorevole alla proroga da parte della Procura. Con ogni probabilità i giudici oggi potrebbero depositare sia dispositivo che motivazioni. Il ricorso è stato presentato il 17 dicembre e discusso nell'udienza del 30. Il 7 gennaio è un giorno limite per il siderurgico visto che dall'8 gennaio saranno intensificate le manovre pre spegnimento dell'altoforno.

Cosa succede con verdetto favorevole
Un verdetto favorevole del Riesame permetterà ad Ilva di riavere l'impianto, oggi sequestrato senza facoltà d'uso, ma soprattutto di fermare subito il piano di spegnimento. In caso di responso negativo del Riesame, a metà gennaio l'altoforno 2 sarà spento innescando a Taranto tutta una serie di contraccolpi, produttivi e occupazionali, visto che Arcelor Mittal, gestore dell'impianto, ha già annunciato la cassa integrazione straordinaria per 3500 dipendenti, per ora sospesa in attesa degli eventi. Da non trascurare che qualora i giudici bocciassero il ricorso di Ilva, si determinerebbe anche un nuovo ostacolo alla trattativa che Ilva e Arcelor Mittal si sono impegnati a condurre in gennaio per il rilancio del gruppo dell'acciaio. Da rilevare che il Riesame si è già occupato dell'altoforno 2. È accaduto a settembre quando il collegio giudicante accolse il ricorso di Ilva contro il divieto d'uso che lo stesso giudice Maccagnano aveva imposto a Ilva a fine luglio. Un no contro il parere favorevole della Procura così come accaduto stavolta.

I precedenti giudiziari
Si terrà il 15 gennaio la prima udienza dibattimentale per la morte sul lavoro dell'operaio Alessandro Morricella avvenuta a giugno 2015 sull'altoforno 2. Parte da qui, infatti, la vicenda giudiziaria tuttora aperta. Sette sono i rinviati a giudizio: 6 persone fisiche ed una giuridica, la società Ilva. Morricella morì qualche giorno dopo al Policlinico di Bari a causa delle gravi ustioni riportate mentre controllava la ghisa (fu infatti colpito da un getto ad altissima temperatura). Il decesso dell'operaio innescò da parte della Magistratura il sequestro senza facoltà d'uso dell'impianto. Era già avviata la procedura tecnica di spegnimento quando l'allora Governo Renzi decise di “salvare” l'altoforno e con un decreto legge, il n. 92, varato a luglio, si appellò alla continuità produttiva della fabbrica, confermandola - come già avvenuto col decreto di dicembre 2012 - strategica per l'economia nazionale. Con lo stesso provvedimento, l'esecutivo dispose pure che l'Ilva - allora gestita dai commissari - effettuasse i lavori di messa a norma in 30 giorni con “misure e attività aggiuntive anche di tipo provvisorio”.

Il decreto è stato in seguito impugnato dal gip di Taranto, Martino Rosati, alla Consulta, che a marzo 2018 ne dichiarò la incostituzionalità. La Consulta, che per il decreto del 2012 aveva parlato di bilanciamento di due diritti, salute e lavoro, per il provvedimento del 2015 ritenne invece che il legislatore avesse privilegiato le esigenze dell'iniziativa economica e sacrificato la tutela della vita e l'incolumità della salute dei lavoratori. Ilva commentò la bocciatura della Corte Costituzionale col fatto che i contenuti del decreto erano stati nel frattempo superati. Con la facoltà d'uso dell'altoforno attribuita all'azienda pur restando il sequestro, e con l'effettuazione dei lavori ordinati dalla Magistratura. Ilva, fu detto allora, ha scelto la via ordinaria prevista dal codice di procedura penale (concordare un piano di lavori con l'autorità giudiziaria e chiedere la riconsegna dell'altoforno) mentre il decreto avrebbe rappresentato una soluzione alternativa, che però non è stata perseguita. Tuttavia gli sviluppi degli ultimi mesi hanno dimostrato che la questione è tutt'altro che chiusa.

Le vicende ultime
Ritenendo di aver messo a norma l'altoforno, Ilva ne ha infatti chiesto il dissequestro al giudice dell'udienza preliminare, Pompeo Carriere, a gennaio 2019. Ma il gup, sulla base delle perizie effettuate, a giugno 2019 è stato di diverso avviso. Ha detto che non tutte le prescrizioni erano state adempiute ed ha mandato gli atti alla Procura. Che ha così ripristinato il sequestro iniziale. In seguito, Ilva ha chiesto l'uso dell'impianto al giudice Maccagnano ma questi ha risposto negativamente a fine luglio. Di qui l'impugnazione al Riesame il 2 settembre e il verdetto favorevole a Ilva il 20 dello stesso mese. Adesso si è nuovamente andati al Riesame a distanza di pochi mesi perchè lo stesso giudice Maccagnano ha rifiutato la proroga a Ilva per i nuovi lavori. Quest'ultima ritiene che dopo i primi interventi fatti, l'altoforno 2 sia più sicuro rispetto allo stato in cui era a giugno 2015, quando ci fu l'incidente mortale sul lavoro. La proroga - sostiene l'azienda - serve ora a migliorarne la sicurezza e a comprimere ulteriormente il rischio. Il giudice sostiene invece che una proroga a Ilva significa porre in pericolo chi lavora all'impianto, sottolinea che l'azienda di proroghe ne ha avute già diverse, e che le prescrizioni di cui si parla sono state ordinate cinque anni fa.

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