reportage

Taranto si sente abbandonata: non lasciateci soli

di Paolo Bricco

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(ANSA)


6' di lettura

«Calenda? Gentiloni? Arcelor Mittal? E che gli devo dire? Mi lasci andare a lavorare, ché è meglio». L’impiegato della municipalizzata degli autotrasporti, occhiali a specchio e barba nera corta e dura, chiude ogni discussione sul presente di Taranto con diciassette parole. Si gira e se ne va. Io, con il vago senso di colpa di chi sabato prende l’aereo e torna a Milano, rimango con il taccuino in mano. Salire sull’autobus della linea 3 dell’Amat equivale a compiere un viaggio nelle radicate certezze e nelle instabili paure della città, nella sua storia e nel suo futuro. Da capolinea a capolinea. Da Via Consiglio, per gli abitanti di Taranto la fermata del supermercato Auchan, a Piazza Gesù Divin Lavoratore, rione Tamburi.

I primi palazzi che vedo dal finestrino sono quelli di Solito-Corvisea, quartiere sorto negli anni Settanta e Ottanta, impiegati che lavoravano alla allora Italsider, piccoli commercianti e insegnanti di una Italia in cui si andava in pensione a cinquant’anni. Qui ha costruito la Colasiderta, la Cooperativa lavoratori siderurgici Taranto. Viale Magna Grecia. All’incrocio con Via Dante, sulla destra, c’è la Concattedrale di Giò Ponti, l’ultima creazione di uno dei maestri dell’architettura del Novecento che gli uomini hanno lasciato al degrado e all’incuria. Siamo in Via Dante.

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A duecento metri da via Dante, in via Medaglie d’Oro si trova il negozio Natura Sì di Federico Catucci. Catucci, 50 anni, ha una laurea in giurisprudenza. Nel 2000, con un prestito d’onore di 25mila euro ha aperto il suo primo negozio biologico, il Giardino del Re. «Ora fatturiamo un milione di euro all’anno. Fra soci e dipendenti siamo in sei. Il costo del lavoro è fra il 13 e il 16% dei ricavi. Qui non dare lavoro nero non è usuale», dice senza prosopopea. E aggiunge: «Oltre ai problemi ambientali, che restano il cuore dell’intera vicenda Ilva, esiste anche un problema di cultura di impresa. La monocultura della grande azienda calata dall’alto negli anni Sessanta ha portato l’Italsider, l’Eni, la Cementir. Il futuro di Taranto e del Sud sarà fatto dai piccoli e dai medi imprenditori».

Ripartiamo e, con la linea 3, siamo nel Borgo Umbertino. Piazza Ebalia e Corso Umberto. In alcuni slarghi, palazzi popolari ma eleganti. Gli studi professionali di una Taranto ancora ottocentesca. Alcuni edifici assai belli. Fra i negozi ciò che resta del benessere di quella che è stata la principale città industriale del Mediterraneo nel Novecento, ridotto e tarlato dal tempo, come dimostrano i compra oro e le finanziarie per i prestiti con la cessione del quinto dello stipendio e della pensione. Prima della siderurgia il porto, la cantieristica e l’arsenale.

Nel Borgo Umbertino vive Biagio De Marzo, che è stato a lungo dirigente dell’Italsider ed è uno dei leader degli ambientalisti non radicali della città: si è sempre opposto alla chiusura della fabbrica. De Marzo ha nella sua borsa tutti i dossier scientifici pubblicati in questi anni sul tema della salute. «A me la cosa che dispiace di più – dice – è che, fuori da Taranto, sembra caduto nel dimenticatoio perché è successo tutto questo: il problema ambientale e la salute dei cittadini”. De Marzo è appena stato curato per un tumore all’intestino allo Ieo di Milano. Suo fratello Giuseppe è morto di cancro all’intestino. Nella eterna dialettica fra il destino dell’ambiente e la predestinazione genetica, che qui assume tratti drammatici, anche lui si è posto la questione dell’aria di Taranto: »L’ho chiesto ai medici di Milano. Mi hanno detto che, nel mio caso, prevale l’elemento genetico». Anche se, mentre lo dice, inizia a sfogliare le pagine del Rapporto Sentieri dell’Istituto Superiore di Sanità: l’incidenza del tumore alla pleura per gli uomini a Taranto città è superiore del 437% rispetto alla media del pool del registro dei tumori del Sud; per il cancro al seno è superiore del 45%; la mortalità per il tumore ai polmoni è superiore del 21% rispetto alla media regionale pugliese. Quindi, cita il tasso standardizzato del tumore al polmone per gli uomini a Taranto città, che secondo il Registro dei tumori regionali è pari a 87,1 per 100mila abitanti (a livello nazionale è 69,39) e il tasso standardizzato del tumore della mammella nelle donne, pari a 122 per 100mila abitanti (a livello nazionale è 112,2). Poi, estrae dalla sua borsa lo studio epidemiologico realizzato su 321.356 abitanti di Taranto, Massafra e Statte dal Centro Salute Ambiente Regione Puglia usando le cartelle cliniche, il registro dei tumori e i certificati di morte: «Legga qui: +24% dei ricoveri per le malattie respiratorie dei bambini residenti nel quartiere Tamburi e +26% nel quartiere Paolo VI». Tira il fiato, inspira e va alle pagine che mettono in correlazione la produzione dell’Ilva con il tasso di mortalità del rione Tamburi: «Fra il 2008 e il 2009, quando per la crisi internazionale la produzione si è quasi dimezzata e dunque il Pm 10 è crollato, il tasso di mortalità ai Tamburi è sceso del 10 per cento. Per questa ragione, l’acciaieria non deve chiudere. Ma, per restare in equilibrio fra lavoro e salute, non può produrre più di 6 milioni di tonnellate di acciaio».

Mentre riprendo l’autobus della linea 3, penso che – con un simile livello produttivo, peraltro fissato dal piano ambientale fino al 2023 – 4mila addetti non potranno più avere il lavoro in fabbrica e – per evitare l’esplosione di una bomba sociale – andranno a compiere le bonifiche ambientali, sotto l’amministrazione straordinaria. Supero con l’autobus il ponte girevole, che si apre di notte per permettere il passaggio delle navi fra il Mar Grande e il Mar Piccolo, e mi trovo nella Città Vecchia, la meravigliosa città araba che ricorda Palermo prima del sacco di Vito Ciancimino e dei mafiosi. Città Vecchia è decadente e vuota: una volta qui abitavano in 30mila. Ora è tanto se gli abitanti arrivano a 3mila.

Nicola Milfa è del 1932. Ha fatto la prima elementare. Il 9 luglio del 1965, alla posa della prima pietra da parte del presidente della Repubblica Giuseppe Saragat, lui era presente. In fabbrica è stato saldatore, ha misurato la temperatura della ghisa in colata nell’altoforno – uno dei mestieri più pericolosi – e ha tagliato le lamiere con l’ossigeno. E’ figlio di pescatori. Ed è pescatore. Non metal-mezzadro, ma metal-pescatore. «Calenda? Gentiloni? Arcelor Mittal? Emiliano? Il sindaco Melucci?», mentre scandisce i nomi allarga le braccia, che ogni notte alle tre portano fuori la barca in mare aperto, pure il giorno del matrimonio delle due figlie Nicola è andato a pescare all’alba. «Anche io ho avuto un problema ai polmoni. Per me è l’aria del mare che mi ha salvato. No, non me l’hanno detto gli oncologi. Lo penso da me». Disillusione, amore e senso di solitudine. «La copertura dei parchi minerali? La prima volta che l’ho sentita nominare lavoravo all’Italsider». Non è che puoi stare tanto lì a spiegargli che i commissari hanno detto che a gennaio la faranno, la copertura. «La fabbrica deve rimanere in funzione. Io lavoravo, lavoravo, lavoravo. E qui avevamo molto benessere. Era pieno di gente. La Città Vecchia sembrava un’altra Napoli».

Dalla Città Vecchia si vedono le ciminiere dell’Ilva. Risalgo sull’autobus numero 3, che percorre tutta via Garibaldi. Il ponte di Pietra, che collega la Città Vecchia a Porta Napoli, poi Via Duca d’Aosta, la stazione ferroviaria e quindi Via Orsini, nel Rione Tamburi. Le lenzuola e la biancheria stese sui balconi, ché comunque in tutte le città del mondo i panni da qualche parte vanno messi ad asciugare. Capolinea in Piazza Gesù Divin Lavoratore. Entro nel Minibar. Il titolare Ignazio D’Andria ha raccolto 450mila euro con le magliette «Ie jesche pacce pe te!!!» («Io esco pazzo per te!!!»), soldi finiti all’Asl di Taranto per il nuovo reparto di pediatria oncologica. Suo padre Alfredo aprì qui, nel 1962, una cantina, poi trasformata in bar. Suo fratello Marcello, quando a 21 anni ha scoperto di avere la sclerosi multipla, ha lasciato la carriera di batterista. Suonava con Franco Califano e con Mia Martini. Su questa piazza si staglia il Camino E312, il maggiore dell’acciaieria. «Calenda? Gentiloni? Arcelor Mittal? Emiliano? Melucci? E che cosa vuole che le dica. Sa che cosa non mi piace? Che quando sale il vento da nord chiudono le scuole. Tanto i bimbi scendono a giocare a pallone in piazza. Mi sembra quasi che ci vogliono pure ignoranti, a noi dei Tamburi». Quando sente che arrivo da Milano per scrivere della città insiste per offrirmi il caffè e la spremuta: «Non lasciateci soli».

Esco sul piazzale, il freddo è gelido, sbuffi di vapore acqueo salgono in cielo dalle cokerie. Faccio trecento metri ed entro nella parrocchia Gesù Divin Lavoratore. Don Nicola Preziuso fa una analisi molto accurata della frammentazione della città e della difficoltà dei suoi ceti dirigenti a esprimere una leadership nitida e autorevole, in grado di rappresentare bene le istanze di un popolo stretto fra ambiente e lavoro: «Io mi occupo qui di 5mila anime, con relativi corpi». Spiega bene l’importanza del terzo settore e racconta delle 15 piccole aziende create con il Cem, il Centro Educativo Murialdo. Dice Don Preziuso: «Non do valutazioni su questo o quel politico. Non so se le scelte sull’Ilva siano corrette. So però una cosa: tutti insieme non dobbiamo occupare degli spazi, ma dobbiamo avviare dei processi. La chiesa, il volontariato, il terzo settore, il sindacato, le imprese. Questa città deve essere riscoperta, valorizzata e amata».

Parole da nuova frontiera. Perché, nel male ma anche nel bene, questa è Taranto: una delle nuove frontiere del Paese.

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