Transizione

Target green per l’industria, due aziende su tre al traguardo

Calderini (Polimi): compresa l’importanza della questione ambientale nel 2022 si imporrà il tema dell’impatto sociale. All’Università di Torino il corso di laurea per manager della sostenibilità

di Raoul de Forcade, Filomena Greco

4' di lettura

È stata la finanza, ancor prima dell’economia reale, a cavalcare il tema della sostenibilità. Un trend che promette di rivoluzionare il modo stesso di produrre e di gestire i servizi, che anche i settori più hard cominciano ad approcciare. Automotive, tessile, chimica, oil&gas, cantieristica. Sono solo alcune delle vocazioni industriali del Nord Ovest che dovranno fare i conti con la necessità di abbattere i consumi energetici, rendere più efficienti i processi produttivi, misurare l’impatto sociale e ambientale. «Per questi settori industriali – commenta Mario Calderini, docente alla School of management del Politecno di Milano responsabile del Torino Social Impact – si è chiusa la fase della consapevolezza. È stato per anni un argomento laterale mentre ora si conferma un tema centrale». Non è un caso che le aziende, a cominciare dalle Pmi, si rivolgano proprio all’università per chiedere un aiuto. «Sono tantissime le imprese che chiedono un sostegno per mettere in campo – racconta Calderini – buone pratiche in materia di sostenibilità. Credo ci siano due mercati molto diversi: quello delle grandi multinazionali che si rivolge alle grandi società di consulenza per “farsi misurare”. Poi c’è il mondo delle Pmi che ha un bisogno di misurazione più sartoriale, per valorizzare il peso di certi investimenti e della portata sociale di questa tipologia di imprese».

GLI OBIETTIVI
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Fare sostenibilità per la manifattura «è un’altra partita» rispetto a settori come energia e servizi. La spinta verso la digitalizzazione ha fatto il suo in questo processo di “snellimento” dei processi produttivi – minori scarti, maggiori efficenze, prestazioni più alte – mentre ora la “questione” energetica e la dinamica al rialzo dei prezzi delle materie prime spinge verso un nuovo possibile salto di qualità. Il settore automotive, che conta poco meno del 40% delle imprese concentrate in Piemonte, «è entrato in partita per due strade diverse – analizza Calderini – per le grandi imprese attraverso la strada indicata dalla finanza, con la necessità di allineare la produzione con le indicazione di fondi e stakeholder, i piccoli lo hanno fatto spinti dai rapporti all’interno della filiera». Oggi la sostenibilità, aggiunge, «rappresenta uno dei criteri di performance per poter diventare fornitori di grandi gruppi».

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Due le questioni di attualità sul campo industriale, a proposito di sostenibilità. La prima è che il tema finora è stato sviluppato su fattori ambientali, «ma il 2022 – prevede Calderini – sarà senza dubbio l’anno in cui si imporrà il tema dell’impatto sociale». La seconda è che misurare l’impatto sociale delle imprese e dei processo produttivi è molto più complesso rispetto alla misurazione dell’impatto ambientale.

Il tema dell’impatto sociale, rileva Calderini, tende ad andare in rivalità diretta con il tema del profitto ma per le Pmi di filiere industriali hard potrebbe essere più semplice far valere il loro valore sociale nelle comunità, gli effetti positivi su lavoro e territorio, e così via. «Si tratta di un valore – sottolinea Calderini – che spesso fa fatica ad emergere dalle griglie degli obiettivi Esg e che ha bisogno di indicatori diversi per emergere». Ma a che punto è la scienza economica e, soprattutto, l’Europa in questa materia? «In queste settimane – risponde Calderini – si sta concludendo la discussione in Europa sulla tassonomia sociale, cioé su criteri, modalità e indicatori per misurare l’impatto sociale che al momento è nelle mani dei grandi operatori finanziari e poco invece in capo alle grandi imprese manifatturiere. In una economia come quella italiana queste imprese manifatturiere, a cominciare dalle piccole, contano molto e dovrebbero far sentire la loro voce in questa fase».

A che punto sono le aziende? L’ultimo report dell’Istat in materia rileva una sensibilità alta delle imprese sul tema della sostenibilità, a cominciare dall’ambiente. Il valore più alto lo registrano in media le imprese con oltre 250 addetti (84,2%), con una media che però supera il 66% e che vede l’area del NordOvest d’Italia di un paio di punti sotto la soglia di attenzione registrata per le imprese delle altre aree. Sul fronte del benessere lavorativo, tema squisitamente sociale connesso alla sostenibilità, la percentuale di attenzione da parte delle imprese è di un paio di punti più alta, nonostante il NordOvest registri una media leggermente più bassa. Se il tema della sostenibilità, dunque, tiene banco, più complessa per le aziende è la questione dell’impatto sociale. Poco più di un’azienda su tre infatti sostiene o realizza iniziative d’interesse collettivo, poco meno di una su tre sostiene o realizza iniziative a beneficio del tessuto produttivo del proprio territorio. Anche in questo caso le aziende dell’area NordOvest registrano percentuali lievemente più basse, segno che per settori più tradizionali praticare sostenibilità risulta un compito molto più pesante. In questa fase storica siamo nel cuore della partita. «Il rischio che sulla sostenibilità si faccia semplicemente una operazione di facciata è ormai alle spalle – evidenzia Calderini – e mi pare scongiurato». Sulla questione sostenibilità si sta facendo sul serio, tanto che l’Università di Torino sta lavorando ad un corso di laurea magistrale per formare i manager della sostenibilità.

A proposito di aziende che fanno sul serio in tema di sostenibilità, su proposta di Irene Bonetti, vicepresidente del Comitato piccola di Confindustria Genova, è nato da poco il gruppo Prodotti chimici ed energetico petroliferi. Una compagina che attualmente conta 54 aziende hard to abate di ogni dimensione e trasversali a più settori merceologici (risorse energetiche, chimica, impiantistica, logistica, terminal operator, servizi di consulenza e certificazione), che sono in prima linea nella sfida della transizione energetica ed ecologica.

«Il nostro - spiega la Bonetti - è un comparto “antico” ma proiettato nel futuro. L’infrastruttura esistente deve dotarsi della tecnologia più idonea per essere utilizzata dai nuovi “carburanti energetici“: combustibili liquidi a basse o nulle emissioni di carbonio, Gnl, idrogeno. Le aziende hanno cominciato ad investire singolarmente, ma obiettivi ambiziosi si possono ottenere solo con uno sforzo congiunto, che coinvolga le grandi e le piccole imprese, in partenariato con il pubblico e i grandi centri di ricerca e innovazione». Nell’ambito della transizione energetica ed ecologica, prosegue la Bonetti, «stiamo lavorando su diversi progetti: sul rischio dinamico, sulla riduzione della Co2, sul trattamento delle acque reflue con recupero energetico e riutilizzo dei cascami energetici. In tutte queste attività, il ruolo della grande azienda è ovviamente molto importante ai fini del coinvolgimento delle Pmi».

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