intervista al campione del mondo turismo

Tarquini: «Telai Dallara eccellenti, ma il vero pericolo sono i circuiti»

di Dario Ricci


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Gabriele Tarquini (Afp)

3' di lettura

Un angelo custode deve averlo avuto per forza in cielo; altri 450 a Varano de' Melegari, vicino Parma. È grazie a questo mix di destino e tecnologia se Sophia Floersch, 17enne pilota tedesca, è ancora fra noi, parla e muove gli arti, malgrado quella frattura spinale che ha richiesto un intervento di 11 ore e che le imporrà ancora almeno un paio di settimane di ospedale: un miracolo, visto lo schianto della sua Dallara-Mercedes del team Amersfort, dopo pochi giri del Gp di Macao di Formula 3 di domenica scorsa.

Miracolo e tecnologia, dicevamo, anzi miracolo di tecnologia: perché Sophia, via social, s'è affrettata a ringraziare proprio quel telaio Dallara che ha ridotto al minimo le conseguenze di quel volo. Eccoli allora, quegli altri 450 angeli custodi, cioè quegli ingegneri che nella sede dell'azienda, appunto a Varano de' Melegari (cui si sommano i 150 nella sede di Collecchio e i 60 attivi a Indianapolis) , hanno progettato quel prodigioso telaio. Un’eccellenza italiana, perizia e conoscenze che l’ingegner Dallara ha esportato da tempo negli Stati Uniti e in tutte le serie motoristiche, come testimonia Gabriele Tarquini, a 56 anni fresco campione del mondo nella categoria WTCC, proprio a Macao, pochi minuti prima dell'incidente di Sophia.

«Stavo rientrando in albergo quando si è verificato l’incidente – racconta a Radio24 il pilota abruzzese, appena rientrato in Italia dopo i festeggiamenti per il Mondiale conquistato alla guida della sua Hyundai -. Appena l’ho visto in tv, ho pensato al peggio, per Sophia e per i fotografi e gli addetti su quella tribunetta. E dire che non è certo colpa delle vetture, anzi…».

In che senso?
«Le vetture oggi sono sicure. Di più: sicurissime. Mi creda se glielo dico io, che ho corso praticamente in tutte le categorie fino alla Formula uno: sono cresciuto con i telai di alluminio, lo stesso delle lattine per intenderci, che si accartocciavano al minimo impatto, con conseguenze disastrose per vetture e, soprattutto, piloti. Oggi è tutto cambiato, anche grazie al lavoro dell'ingegner Dallara, che rifornisce di fatto tutto il mondo, in particolare per quanto riguarda le vetture monomarca. Sono i circuiti, purtroppo, a non essere altrettanto sicuri, e proprio Macao è fra i più pericolosi».

Perché ha questa fama?
«È un circuito d'altri tempi, un tracciato cittadino, ma in cui si raggiungono velocità molto, troppo elevate: le Formula 3 arrivano a 275 km/h. Non è un caso se è il circuito degli incidenti per antonomasia, dove il minimo inconveniente meccanico può avere conseguenze pesanti. Sono questi i problemi che fanno più paura a un pilota, perché dell'errore di guida spesso te ne rendi conto, e riesci a limitare velocità e impatto».

Nella sua pluridecennale carriera, che esperienza ha avuto con i telai Dallara?
«Ho fatto una delle mie prime gare in Formula 3 proprio con quel telaio, che l’ingegner Gian Paolo aveva iniziato a costruire da cinque-sei anni. E per almeno un biennio ho vissuto a Varano, come componente della scuola Alfa Romeo. È un paese che Dallara ha trasformato nel suo regno, anzi nella capitale di un impero fatto di imprenditoria e tecnologia, da tempo esteso fino agli Stati Uniti. Eppure l’ingegnere non ha mai perso la sua spontaneità, l’umiltà che gli consente di vivere la quotidianità della cittadina, tra lavoro e chiacchiere al bar. E tutto è iniziato da una piccola fabbrica di telai, che oggi è un'eccellenza italiana nel mondo. Una storia e una persona davvero straordinari».
Deve averlo pensato anche Sophia Floersch, domenica sera, a Macao.

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