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Tasmania: paure e angosce nell'era della scienza e della tecnica

In libreria il nuovo romanzo di Paolo Giordano per i tipi di Einaudi

di Gianluca Barbera

3' di lettura

Avete mai pensato all'enorme quantità di metallo che gira sopra le nostre teste? Dovreste farlo. Perché prima o poi tutto quel materiale vorticante nello spazio potrebbe precipitare sulla Terra, come una pioggia di asteroidi. O alla migrazione delle nubi verso i poli, che ci lasciano alla mercé dei raggi ultravioletti? O all'ailanto, un arbusto di origine asiatica che si sta diffondendo minaccioso in tutto il pianeta “come un unico immenso organismo vegetale”, imponendosi sul resto della vegetazione e minacciandone l'estinzione?

Quante apocalissi annunciate! Surriscaldamento globale, terrorismo islamico, pandemie, minaccia atomica, tutto sembra avvicinarci alla fine del mondo. È davvero questo il nostro destino? Questo il mondo in cui viviamo? O è quello che preferiamo credere pur di eludere le nostre vere paure? E se la fine del mondo arrivasse sul serio, dove trovare scampo?

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È quello che si domanda Paolo Giordano (premio Strega nel 2008) in Tasmania, il suo nuovo romanzo (Einaudi, pp. 258, euro 19,50), mettendo in scena un suo alter ego in piena crisi esistenziale. È una domanda oziosa, ovviamente, ma ecco la risposta: in Tasmania. Il motivo? “Ha buone riserve di acqua dolce, si trova in uno stato democratico e non ospita predatori per l'uomo. Non è troppo piccola ma è comunque un'isola, quindi facile da difendere. Perché ci sarà da difendersi, mi creda”.

Paolo Giordano (credit Pierluca Esposito)

Esorcizzare la paura

A parlare è uno dei tanti personaggi che affollano il romanzo, il professor Novelli, un brillante fisico che si occupa di modelli climatici studiando le nuvole e che crede fermamente che il mondo sia prossimo alla fine. Ovviamente anche la sua risposta non è che un modo per eludere la questione, esorcizzando la paura.

L'Apocalisse

Secondo l'Orologio dell'Apocalisse messo a punto da un gruppo di scienziati atomici, ci staremmo avvicinando alla mezzanotte, che coincide simbolicamente col finis mundi: mancherebbero appena due minuti e mezzo. Benché, a rigore, si dovrebbe parlare di “fine della civiltà umana”, cosa ben diversa. Poiché anche se l'uomo scomparisse “la maggior parte delle altre specie animali non se ne accorgerebbe neppure”. Sono parole di Giacomo Leopardi, scritte due secoli fa. Tutto vero, naturalmente, ma con le dovute cautele. Viviamo in mezzo al pericolo, nessuno può negarlo.

Paolo Giordano (credit Pierluca Esposito)

Lungo le pagine del romanzo sfila l'intero campionario delle angosce collettive, quelle che dovrebbero toglierci il sonno. Memento mori, ricordati che devi morire. Una catastrofe al mese. O forse al giorno, da quando esistono i social. Quel che è peggio è che si tratta di minacce reali, alcune ignorate dai più.

E mentre il pianeta va in pezzi, si sgretolano le relazioni sociali, si perde il senso di sé, della propria identità. Il protagonista, P.G., attraversa una crisi di coppia con una donna più anziana di lui, Lorenza, madre di un figlio adolescente, Eugenio. Il suo migliore amico, Giulio, vive a Parigi, ma nemmeno lui è felice, impegnato com'è nella battaglia per l'affidamento del figlio. Di fronte all'incapacità di affrontare i propri fallimenti, quale strategia migliore che farsi schermo delle emergenze planetarie? È lo stesso P.G. a riconoscerlo, persuadendo il giornale per cui lavora a spedirlo lontano da casa, a Parigi. “Se non ci fosse stata in previsione una conferenza sul clima è probabile che avrei inventato un'altra scusa per partire, un conflitto armato, una crisi umanitaria, una preoccupazione più grande e diversa dalle mie da cui farmi assorbire. Forse sta tutta lì la fissazione di alcuni di noi per i disastri incombenti, quell'inclinazione verso le tragedie che scambiamo per nobile, e che costituirà, credo, il centro di questa storia: nel bisogno di trovare a ogni passo troppo complicato della nostra vita qualcosa di ancora più complicato, di più urgente e minaccioso in cui diluire la sofferenza personale. E forse la nobiltà, in tutto questo, non c'entra davvero niente”. Lui e Lorenza non riescono ad avere un figlio, questo è il nocciolo: “In quei giorni la mia piccola catastrofe personale mi stava molto più a cuore di quella planetaria, dell'accumulo di gas serra nell'atmosfera, del ritiro dei ghiacciai e dell'innalzamento degli oceani”.

Tasmania è un romanzo complesso, alto, anche se a volte si ha l'impressione che giri a vuoto, come un giallo in cui non sia stato commesso alcun delitto, in cui manchi l'assassino. Addossare le colpe all'umanità è facile. Dov'è il male privato? Giordano non si sporca le mani; mai un pensiero feroce! Ma a un romanzo di così ampi orizzonti, che sa cogliere alla perfezione lo spirito del tempo in cui viviamo, lo si può perdonare.

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