Opinioni

Tassa sulle emissioni contro la concorrenza sleale extra Ue

Competitività e transizione ecologica, allo studio la border carbon tax

di Leonardo Becchetti

(malp - stock.adobe.com)

4' di lettura

Si parla molto e giustamente in questi giorni di programmi e di speranze per il futuro governo Draghi, di imprese e lavoro, ma spesso si continua a ignorare che il progresso in questi ambiti dovrà passare attraverso la transizione ecologica, l’unica via attraverso cui sarà possibile la competitività futura. Su questo fronte non bastano le pur fondamentali decisioni nazionali che il governo sarà chiamato a prendere. In un sistema economico globalmente integrato sarà fondamentale difendere il Paese e un’Europa dotata di standard più elevati rispetto al dumping sociale e ambientale dei concorrenti esteri.

Negli Stati Uniti, con il pronunciamento della professione più ampio che la storia ricordi, più di 3.500 economisti, tra cui 28 premi Nobel e 4 ex-presidenti della Federal Reserve, hanno firmato un documento che chiede l’introduzione di una carbon tax,riconoscendo al contempo che in un mondo globalmente integrato è necessario accompagnare l’incentivo alla transizione ecologica con una border carbon tax che eviti il rischio di delocalizzazione e dumping ambientale delle imprese, unito a sistemi di compensazione per chi subisce i costi generati della carbon tax nazionale.

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La border carbon tax è la risposta ambiziosa a uno dei problemi principali della concorrenza globale ed è fondamentale per una competizione equa. Se un Paese o un insieme di Paesi si propone di alzare gli standard in termini di sostenibilità ambientale (o anche sociale) rischia di pagarne le conseguenze, creando o aumentando un differenziale tra costi di produzione all’interno e al di fuori dei propri confini e aumentando la competitività dei concorrenti che producono in altri Paesi (creando un incentivo a delocalizzare la produzione). Il risultato, anche dal punto di vista della transizione ecologica, sarebbe nullo o controproducente perché l’effetto serra è un “male pubblico globale” che dipende dallo stock complessivo di emissioni, da qualunque angolo del pianeta esse vengano. Spostarle dentro o fuori i confini europei non cambia la questione. L’unico modo per evitare che la concorrenza globale diventi una gara al ribasso sugli standard ambientali, sociali e fiscali (in un mondo dove la digitalizzazione consente di scomporre e ricomporre le filiere produttive più facilmente che in passato) è quello di valutare gli standard dei prodotti in ingresso e di applicare delle imposte addizionali sui prezzi al consumo nel caso di standard inferiori a quelli stabiliti per chi produce all’interno. Per questo motivo la border carbon tax è una delle poche tasse desiderate dall’industria nazionale, la cui adozione non intaccherebbe la popolarità di governi e classe politica.

L’Ue ha indicato nella border carbon tax una delle principali fonti di risorse proprie che dal 2023 dovrebbero consentire di raccogliere fondi per finanziare il piano Next Generation Eu, evitando di dover ricorrere solo a un aumento dei contributi degli Stati membri al bilancio comunitario.

La carbon border tax rappresenterebbe una rivoluzione positiva nel modo di concepire le regole del commercio internazionale. Invece di una contrapposizione muscolare tra interessi nazionali attraverso dazi e tariffe (l’approccio scelto dalla presidenza Trump) il criterio guida diventerebbe quello di una competizione internazionale sulla base di standard sociali e ambientali. La border carbon tax non può essere in nessun modo confusa con i dazi. La regola, per essere coerente con i princìpi della World Trade Organization, sarebbe: chi è sopra lo standard non paga la tassa e chi è sotto la paga indipendentemente dal luogo di produzione. I margini di critica e di arbitrarietà sarebbero limitati.

È evidente che il consenso sugli standard di sostenibilità è prerequisito essenziale per l’adozione della border carbon tax. Sugli indicatori ambientali (impronta di carbonio, impronta d’acqua, grado di circolarità dei prodotti, intensità delle emissioni inquinanti) si stanno progressivamente imponendo standard e metodologie di misurazione comuni sulla spinta di una serie di processi ormai già avviati come la rendicontazione non finanziaria che sta diventando obbligatoria in diversi Paesi per le aziende al di sopra di una certa dimensione e la propensione dei fondi d’investimento a ridurre l’esposizione al rischio ambientale che sta diventando ormai mainstream. Nell’Ue la direttiva 2088 del 2019 stabilisce che nei questionari (Mifid in Italia) necessari per abbinare attività finanziaria e profilo di rischio dei clienti, si rilevino anche le preferenze per la sostenibilità e si possa poi proporre ai clienti che rispondono positivamente solo quei fondi capaci di migliorare il progresso nella transizione ecologica dei propri portafogli titoli. Si può pertanto capire che la pressione a misurare gli standard ambientali di produzione sulle aziende nel giro dei prossimi anni sarà fortissima e questo aiuterà a costruire l’infrastruttura informativa necessaria. Tutti gli Stati sono consapevoli dell’urgenza e della minaccia del surriscaldamento globale e sanno che per raggiungere gli obiettivi dell’accordo di Parigi servono target ambiziosi sugli indicatori che possono essere definiti oggettivamente. È sempre possibile e auspicabile poi, in sede di trattativa, riconoscere che per alcuni Paesi la transizione sarà più difficile e costosa negoziando un Just transition fund che ne tenga conto.

Se ai tempi della presidenza Trump l’ipotesi del varo di una carbon border tax europea avrebbe probabilmente scatenato una serie di ritorsioni, la nuova presidenza americana (e l’imponente presa di posizione della professione accademica d’oltreoceano) creano una nuova importante finestra di opportunità che non andrebbe sprecata. Non a caso il think thank della politica comunitaria Bruegel parla di un possibile club Usa-Ue per l’avvio di una border carbon tax comune alle due aree (che rappresentano da sole circa il 40% del mercato globale) alla quale altri Paesi potrebbero affiancarsi.

Sarebbe opportuno dunque che alla prossima conferenza internazionale sul cambiamento climatico (Cop 26) di Glasgow Unione europea e Stati Uniti arrivassero con una proposta. Negoziare un sistema di border carbon tax in grado di orientare il commercio internazionale verso la transizione ecologica e di modificare gli incentivi dei player globali sarebbe un passo avanti decisivo verso la costruzione di un sistema economico socialmente e ambientalmente sostenibile.

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