Interventi

Tassare lo smartworking? Un’idea che non convince

di Fabio Ghiselli

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(AdobeStock)


4' di lettura

In un momento in cui i governi sono alla ricerca di nuove entrate per finanziare almeno in parte le misure straordinarie di sostegno all’economia imposte dalla crisi pandemica da Covid-19, arriva la proposta di Deutsche Bank, firmata da L. Templeman, di introdurre una imposta del 5% sul reddito lordo giornaliero dei lavoratori in smart working. La proposta si preoccupa di precisare che l’innovativa tassazione non si applicherebbe in quei periodi, come l’attuale, nei quali sarebbero i governi a chiedere o a imporre ai lavoratori (e alle aziende) di svolgere la loro prestazione da casa (più propriamente telelavoro), ma solo in condizioni “normali”, laddove l’opzione sarebbe volontaria.
Per gli analisti della banca chi lavora da casa risparmierebbe “su spese dirette come viaggi, pranzo, abiti e pulizia” e su quelle “indirette” legate alla socializzazione. I costi per lo smart worker, come “lo stress mentale aggiuntivo per giostrarsi tra lavoro e bambini e dover gestire un allestimento da ufficio imperfetto … non dovrebbero essere sottostimati ma in ogni caso impallidiscono a confronto con i vantaggi”. Ragione per cui il costo della tassazione sarebbe pienamente sopportabile.
La sua ratio consisterebbe nel minor contributo apportato dagli smart workers all’economia nazionale che sino a ieri si reggeva sulle relazioni sociali.
L’imposta o la tassa, potrebbe generare maggiori entrate stimate in 49 miliardi di dollari in USA, 20 miliardi di euro in Germania e 7 miliardi di sterline in Gran Bretagna, che potrebbero essere destinate da un lato, a quei lavoratori che sono costretti a lavorare “in presenza”, assumendosi il rischio di ammalarsi di Covid “per bassi salari” e, dall’altro, a interventi di sostegno al reddito (sussidi) delle classi meno abbienti. Una misura che secondo la ricerca, si porrebbe l’obiettivo di una più equa redistribuzione del reddito.
Se fosse applicata in Italia, al di fuori dell’emergenza pandemica, potremmo stimare un incasso pari a circa 4 miliardi di euro. L’importo deriverebbe assumendo la previsione che nel 2021 il 16% dei lavoratori, pari a 3 milioni di occupati, potrebbe stabilmente lavorare da casa (era il 3% nel 2019), e un reddito medio lordo annuo pari a 28.000 euro (contro i 25.000 euro di coloro che devono lavorare in presenza). L’entrata erariale potrebbe aumentare se considerassimo i 2,3 milioni di lavoratori stimati che potrebbero lavorare da remoto per una parte della settimana (in media 2,7 giorni).
Se da un lato, la proposta di aumentare la tassazione sul reddito da lavoro può apparire drammatica oggi, dall’altro merita qualche breve riflessione.
Secondo l’istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche (INAPP), il telelavoro può accentuare le disuguaglianze tra generi e lavoratori, in quanto praticabile solo da determinate categorie, solitamente quelle a reddito più elevato e con un contratto a tempo indeterminato. Può modificare il mercato immobiliare e quello dei servizi legati alla permanenza in ufficio durante la giornata (ristoranti, bar ecc.). Se attuato su larga scala può trasformare la struttura economica di interi territori.
Ma l’introduzione di una imposta di “scopo”, come quella proposta, non sembra essere la soluzione migliore per contenere i costi del cambiamento economico e sociale.
Riporterebbe alla luce la mai sopita contrapposizione tra lavoro intellettuale e lavoro manuale e ci spingerebbe a immaginare che ad essere colpiti siano lo studio, l’istruzione e la crescita professionale.
Che dire poi dell’obiettivo green di riduzione della mobilità urbana ed extra-urbana, dell’inquinamento, del sovra affollamento delle città metropolitane, che lo smart working potrebbe favorire? Tutti benefici che coinvolgerebbero l'intera collettività e non solo una parte di essa (gli smart workers).
La tassa “Duetsche Bank” sarebbe una imposta applicata sul reddito lordo indipendentemente dalla dimensione del saldo tra i vantaggi (risparmio su costi correnti reale e immediatamente misurabile), e i nuovi costi. I problemi di gestione dei figli, la perdita di concentrazione, il senso di solitudine e di isolamento e la frustrazione provocata dalla difficoltà di gestire i rapporti in modo virtuale, dalla indisponibilità dei documenti cartacei e da una connessione inadeguata, dipendono sia dalle condizioni ambientali casalinghe nelle quali lavora il dipendente, sia dalle modalità con le quali l'azienda organizza la prestazione lavorativa, non disgiunte dal grado di condivisione delle stesse da parte del lavoratore. Beneficio netto individualmente molto variabile e dipendente anche dal livello reddituale. Dove risiederebbe la capacità contributiva in una approssimazione come quella proposta?
L’introduzione di una nuova forma di tassazione non può porsi un obiettivo di breve termine – maggiori entrate per coprire maggiori spese – ma dovrebbe essere funzionale a un modello di società e di sviluppo che si vorrebbe costruire, e a sostenere economicamente i soggetti che maggiormente subirebbero il peso del cambiamento per accompagnarli verso un nuovo punto di equilibrio..
Anche l’approccio culturale al fenomeno non può ruotare attorno all’obbiettivo di ridurre semplicemente i costi per l’impresa – questa volta non del lavoro in sé ma di quelli generali connessi alla presenza fisica dei dipendenti – sfruttando una nuova forma di delocalizzazione domestica dell’attività lavorativa. Al contrario, il vero smart working ha le potenzialità per realizzare un migliore equilibrio vita-lavoro, attrarre e coinvolgere talenti, aumentare l'engagement e, contemporaneamente, disegnare un nuovo modello di organizzazione del lavoro più efficiente e non basato sul controllo delle persone ma sul loro coinvolgimento per un obiettivo comune.
Quanto alla giustificata proposizione di ridurre le disuguaglianze sociali e di redistribuire in modo più equo la ricchezza, non credo che la via migliore sia quella indicata dalla proposta in esame che, di fatto, introduce una sostanziale flat tax indiscriminata e regressiva, che colpirebbe ancora una volta il “ceto medio”.
Vi sono altre strade da percorrere sulle quali mi sono soffermato su queste stesse pagine - a partire da una vera riforma fiscale sul reddito personale - non solo più efficienti dal punto di vista economico (come testimoniano le periodiche raccomandazioni della Commissione Ue e del FMI), e delle entrate erariali, ma anche più eque e più in linea con i principi costituzionali della capacità contributiva e della solidarietà sostanziale.

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