l’impatto di brexit

Tasse, ora Londra non piace più ai big stranieri (tra cui Gazprom)

dal corrispondente Leonardo Maisano

(EPA)

3' di lettura

LONDRA – Agli investitori stranieri piace già meno. Le mille luci della City non si spengono, ma l’intensità s’abbassa, declinando nuovi report e scampoli di notizie con dati espliciti sul primo morso della Brexit. Come già in ottobre per le banche ora anche per il gas le voci più negative arrivano da Est. O meglio da Mosca. In autunno Vtb Capital – braccio europeo del gruppo bancario russo – fu fra i primi istituti a immaginare il trasferimento del quartier generale a Francoforte, Parigi o Vienna. Ora tocca a Gazprom, gigante dell’energia pubblica russa, che secondo notizie in arrivo da Mosca e raccolte dal Financial Times, considera di portare oltre le bianche scogliere delle isole britanniche il marketing e il trading che opera globalmente da Londra.

Il concetto è sempre lo stesso: la Brexit non rende più la location britannica interessante come in passato; la minaccia di dazi doganali, di ostacoli burocratici, nell’incertezza totale di quanto accadrà, spinge a formulare pensieri di trasferimenti imprevedibili solo un anno fa. E se i russi se ne vanno, l’immobiliare della capitale rischia di subire un contraccolpo ulteriore rispetto a quello che sta già avvertendo per il congelamento, e in molti casi il calo, dei valori del residenziale anche nelle aree prime di Londra.

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E che i russi non siano i soli a considerarlo lo conferma una volta di più un rapporto di Kpmg diffuso in queste ore che ribadisce i timori britannici legati alla Brexit. «Le imprese non Uk – si legge nel rapporto – sono molto meno ottimiste del passato. Cresce la paura di ostacoli doganali, scarsa mobilità del personale più qualificato, accesso difficoltoso al mercato interno…Ne deriva che per la prima volta la Gran Bretagna ha perso terreno sia come destinazione di investimenti esteri diretti sia come regime fiscale altamente competitivo». Rimane al secondo posto su scala globale per la tassazione, ma l’Irlanda - da sempre numero uno con uno scarto minimo - è oggi di gran lunga (nove punti di vantaggio sul Regno Unito) considerata la piazza fiscalmente più interessante per le imprese non Uk. Citigroup non a caso ha già trasferito a Dublino gran parte delle proprie operazioni.

Brexit morde, dunque. Secondo Kpmg i denti li avvertono le imprese internazionali, mentre quelle nazionali sono meno preoccupate. Questo non significa che stiano già facendo tutte i bagagli come apparentemente vorrebbe fare Gazprom. «La separazione dall’Unione è tuttavia la preoccupazione dominante e l’atteggiamento dei più è “wait and see” – si legge in sostanza nella ricerca – con il rinvio di ogni decisione definitiva a seconda della piega che prenderà il negoziato con Bruxelles».

A determinare le scelte future sarà anche la reazione di un’economia che resta scandita dal ritmo dei consumi interni, rimasti sorprendentemente vivaci in questi mesi. Che la festa stia per finire lo suggeriscono ora alcuni indicatori. Il più recente è l’indice Pmi della manifattura. Per l’ottavo mese ha indicato una fase di crescita (54,2 in marzo) ma con il ritmo più lento degli ultimi quattro mesi (in febbraio era 54,5) e con particolare riferimento ai produttori di beni di largo consumo a conferma che i cittadini cominciano a rallentare le spese. L’inflazione d’altra parte è oltre il target del 2% e il dibattito in seno al Comitato di politica monetaria della Banca d’Inghilterra su un eventuale correzione dei tassi è in corso. Una stretta – ritenuta improbabile per ora – avrebbe immediate ripercussioni sui mutui immobiliari, con ricadute inevitabili sulla prospettiva dei consumi e in ultima istanza sullo sviluppo economico del Regno.

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