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Tav, Autostrade, Alitalia: perché il Governo deve accelerare i tempi

di Giorgio Santilli


Pedaggi autostrade, tariffe congelate ma non per 11 gestori

4' di lettura

Tav, Autostrade, Alitalia. Tre partite che confermano come il governo - o meglio il Movimento Cinque Stelle - non abbia ancora compreso l’urgenza infrastrutturale. Partite in cui, per regolare conti che sono del M5S e non dell’interesse generale, si preferisce prendere tempo, rinviare, aprire nuovi conflitti, anziché chiudere, stringere, accelerare. La coscienza non si lava avendo intitolato, mesi fa, prima ancora che venisse alla luce, “sblocca cantieri” un decreto che non ha ancora sbloccato nulla e produrrà ulteriore paralisi normativa. Servono subito i fatti, i cantieri. E dopo un anno bisognerebbe avere imparato la lezione (anche dalle urne) e fare in fretta.

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Procediamo per ordine. La Tav. La melina 5S ha provocato un anno di ritardo. Non ci si presenta al governo con l’idea di bloccare o annullare le uniche opere in grado di macinare cantieri e investimenti, la Tav ma anche il terzo valico o l’alta velocità Brescia-Padova (che sarà rilasciata a breve dopo averla inutilmente tenuta ferma per un anno). Opere prioritarie per l’Italia in Europa, contenute in programmi ventennali approvati da governi di diverse maggioranze. Non si fa un’analisi costi-benefici per fermare le opere in corso. Non si coprono con scelte tecniche decisioni politiche di una minoranza, i No-Tav, uscita a pezzi dalle elezioni europee e da quelle in Piemonte. Una riflessione politica seria vorrebbe che si prendesse atto degli errori compiuti e dell’isolamento totale rispetto alle forze politiche, produttive e sociali e si procedesse speditamente per evitare la perdita di fondi Ue già assegnati (e non “riciclabili” per altre opere italiane) e per incassare subito quelli aggiuntivi - 3,5 miliardi fra tratta internazionale e tratta nazionale - che la Ue ci sventola davanti. Una forza politica che ha imparato la lezione e vuole governare non starebbe a traccheggiare con i comunicati del ministero delle Infrastrutture per dire ancora che i bandi di gara approvati martedì da Telt possono essere sempre bloccati. Il Paese non ha più voglia di perdere tempo. Vuole correre, crescere, recuperare il terreno perduto con i proclami. Il premier Conte queste cose sembra averle capite. Deve cambiare l’agenda e la Lega ha ora la forza politica per farlo. Oppure si va a votare.

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Veniamo ad Autostrade per l’Italia. È condivisibile la posizione di M5S quando sostiene che chi ha responsabilità per il crollo del Ponte Morandi e per i morti di quella tragedia deve pagare. Ma accertare la verità spetta ai Tribunali, penali e civili. E non si può accettare l’atteggiamento politico di chi dal primo minuto conosceva già il colpevole. Finché non ci saranno sentenze passate in giudicato, qualunque strappo rischia di paralizzare il Paese. Perché deve essere chiaro che il parere del ministero delle Infrastrutture - che andrà letto nei prossimi giorni per capire su quali elementi di solidità si tenga l’ipotesi di «caducazione» della concessione - aprirebbe, qualora sfociasse in un atto amministrativo di revoca della concessione per responsabilità del concessionario (tutte da accertare), una partita legale durissima destinata a durare anni. Ha un’idea il ministro Toninelli di cosa significhi e cosa fare nel frattempo? Una gara per assegnare 2.850 chilometri di autostrada a un nuovo concessionario europeo? Una nazionalizzazione della rete autostradale? Ipotesi estreme difficilissime da praticare senza paralizzare il Paese già un anno fa. Figuriamoci ora che il peso politico di M5S è crollato.

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Lo scenario più probabile sarebbe quello visto in questi mesi su Tav, sullo sblocca-cantieri e su altre partite: grida che non portano da nessuna parte, che lasciano aperti i problemi (e anzi ne aprono altri di gravi), che rinviano decisioni e soluzioni concrete.

Discorso analogo sulla riforma tariffaria. È interesse del Paese avere un solo sistema tariffario per le concessionarie che incentivi l’effettiva realizzazione degli investimenti e non i rinvii. Ma, come ogni riforma che si rispetti, deve prevedere un periodo transitorio che salvi le opere in corso. Oltre le proposte tecniche che puntano a maggiore efficienza, c’è uno spazio politico - che sarà ancora Conte a dover gestire - per escludere dal nuovo regime una fascia di opere programmate e non ancora avviate.

L’Autorità dei trasporti ha fatto una forzatura, escludendo le opere avviate o consegnate e dimenticando però che oggetto dei contratti in corso fra concedente (ministero delle Infrastrutture) e concessionari sono non le opere avviate ma quelle programmate, cioè inserite negli atti aggiuntivi. Per altro l’Autorità ha correttamente detto che l’ultima parola sulle modalità di applicazione spetta a un negoziato fra concedente e concessionario.

Palazzo Chigi può capire - con le sue task force - quanti siano questi investimenti e sottrarli, con atto di indirizzo, alla nuova regola, salvando così l’equità, la trasparenza regolatoria e anche il principio fondamentale del “pacta servanda sunt”. E il premier potrebbe anche chiedere che fine ha fatto la decisione Ue 2435/2018 che sbloccava investimenti autostradali per oltre 8 miliardi (il più importante è la Gronda di Genova per 4,9 miliardi) e non è mai stata recepita dal governo.

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Infine Alitalia. Anche qui un po’ di realismo politico aiuterebbe. La partita è incartata da tempo e le novità promesse dal ministero dello Sviluppo economico non si sono concretizzate.

Sia Fs sia l’alternativa Lufthansa, rientrata in pista in questi giorni, fanno capire che ritengono Atlantia, allo stato, l’unico partner credibile, i primi per andare avanti, i secondi per presentare un piano più morbido. Sarebbe stato un bene per il Paese e per la compagnia avere altri possibili partner. Ma l’unica politica che prende piede, mentre la realtà si va facendo drammatica, è il rinvio.

Sarebbe ora di prendere atto della realtà e smetterla di giocare al gatto e al topo e al rilancio infinito delle vicende. Governare è una cosa seria. E richiede soluzioni oggi. Non domani.

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    Giorgio SantilliCapo della redazione romana

    Luogo: Roma

    Lingue parlate: Inglese, francese

    Argomenti: Politica, politica economica, investimenti pubblici, infrastrutture, trasporti, architettura, urbanistica

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