INTERVISTA A FABRIZIO DI AMATO

«Tecnologia green per trasformare i rifiuti»

Il presidente del gruppo Maire Tecnimont parla della nuova sfida sviluppata dalla controllata NextChem per chiudere il ciclo dei rifiuti: «riduce del 90% le emissioni di anidride carbonica, produce materie prime,consente il riutilizzo di siti dismessi. Annunciati progetti per 4 miliardi»

di Silvia Pieraccini

L'impianto di Brescia alimentato da plastiche di scarto post-consumo, che fa prodotti riciclati venduti sul mercato

4' di lettura

Fabrizio Di Amato, presidente e azionista di riferimento del gruppo ingegneristico e tecnologico Maire Tecnimont (2,86 miliardi di euro di fatturato consolidato 2021 con 173,7 milioni di margine operativo lordo e 80,5 milioni di utile netto) lo chiama “uovo di Colombo”. Si tratta della tecnologia, sviluppata dalla controllata NextChem nata nel 2018 e attiva nella chimica verde, che permette di trasformare i rifiuti urbani e industriali non riciclabili meccanicamente, dunque scarti del trattamento come plasmix e css, attraverso un processo che non prevede combustione e che abbatte le emissioni di anidride carbonica in atmosfera: una conversione chimica che produce gas di sintesi in grado di sostituire il metano, e serve per fare prodotti come etanolo, metanolo o idrogeno.

È questa tecnologia che NextChem ha proposto di applicare in varie regioni italiane, tra cui la Toscana bisognosa di impianti per “chiudere” il ciclo dei rifiuti e attuare l’attesa transizione ecologica.

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Presidente Di Amato, a che punto è l'Italia nella transizione ecologica?

Penso che ogni Paese debba cavalcare la transizione green valorizzando le proprie caratteristiche distintive: l’Italia è la più brava in Europa sull’economia circolare, e noi di Maire Tecnimont – che siamo abilitatori - stiamo lavorando proprio in questa direzione, sfruttando le competenze ingegneristiche e tecniche che abbiamo, e che sono uniche: chi meglio di noi può studiare come fare prodotti riducendo drasticamente la CO2, visto che negli ultimi dieci anni ci siamo interrogati su questo? A Brescia per esempio abbiamo realizzato il primo impianto alimentato da plastiche di scarto post-consumo, che fa prodotti riciclati venduti sul mercato. In dieci regioni d’Italia stiamo facendo studi di fattibilità con operatori locali per realizzare impianti con una tecnologia innovativa che “chiude” il ciclo dei rifiuti attraverso la conversione chimica, e che è l’uovo di Colombo.

Perché la ritiene l’uovo di Colombo?

Perché risolve più problemi: non solo la riduzione di circa il 90% delle emissioni di anidride carbonica e la produzione di materie prime come etanolo, metanolo e idrogeno che oggi l’Italia importa, e che servono per fare fertilizzanti, biocarburanti e polimeri, ma anche il riutilizzo di aree dismesse o da riconvertire per costruire gli impianti, oltre alla creazione di posti di lavoro. Diamo vita a una produzione che non esiste e diamo una seconda vita ad aree industriali da rilanciare.

Però si tratta di una tecnologia innovativa, mai applicata finora. Quali garanzie date?

La garanzia di un gruppo che ha radici profonde nella chimica, visto che prende le mosse da una costola della Montecatini, e che deriva le competenze da pionieri come il premio Nobel Giulio Natta; un gruppo che è presente in 45 Paesi con novemila dipendenti ed è leader mondiale nella realizzazione di impianti che producono polimeri. Quando parliamo di un impianto chimico nel mondo noi veniamo sempre chiamati. Forniamo le tecnologie e in gran parte dei casi costruiamo anche gli impianti. Ad esempio da 40 anni facciamo impianti che producono idrogeno.

Ma qui si tratta di una sfida nuova, trattare i rifiuti.

È un settore a cui vogliamo applicare, in modo integrato, tecnologie mature, già usate in vari settori – come si fa la plastica dalla chimica, come si fa il gas di sintesi dalla conversione – ricombinate in modo nuovo. Oggi siamo in grado di realizzare un impianto di questo tipo, che non ha combustione e dunque non è un inceneritore, e di garantirne la performance, e siamo pronti a spiegare alle comunità territoriali, e anche alla comunità scientifica, come funziona. Il dialogo sarà fondamentale. Siamo già stati alla Scuola superiore Sant’Anna di Pisa, ora vogliamo avviare il confronto con i cittadini.

I timori dei territori sono stati fino a oggi il grande ostacolo al “fare”, soprattutto in Toscana dove proponete tre impianti di recupero dei rifiuti a Empoli, Rosignano e Pontedera da 200—250mila tonnellate all’anno, che costano da 365 a 440 milioni l’uno.

Stiamo dando supporto ad Alia (l’azienda pubblica di igiene ambientale della Toscana centrale, ndr) che, dopo mesi e mesi di lavoro con i nostri tecnici, e dopo aver valutato cosa c’è in giro per il mondo, ha validato la nostra tecnologia, come del resto ha fatto Eni.

Proprio con Eni qualche anno fa avete proposto di applicare la tecnologia di gassificazione alla raffineria di Livorno, ma le proteste fermarono quel progetto.

Dobbiamo cercare di comunicare sempre meglio, e direttamente sui territori dove dovranno insistere gli impianti, dobbiamo trasferire la bontà di queste innovazioni: sono convinto che le comunità capiranno perché è un’occasione di sviluppo irripetibile.

Con Alia avete costituito una società?

Il nostro spirito è essere tecnologi e realizzatori. Per adesso partecipiamo a una alleanza per l’economia circolare promossa da operatori del territorio assieme ad altri operatori internazionali come Suez.

Impianti di questo tipo sono remunerativi?

Sì, sono impianti che stanno sul mercato. Non a caso come NextChem abbiamo annunciato progetti per quattro miliardi di euro.

Quanti anni serviranno all’Italia per la transizione ecologica?

Oggi ci sono le risorse, c’è la necessità di farla, c’è una consapevolezza anche da parte dell’industria degli idrocarburi e abbiamo un ministero della Transizione ecologica che non abbiamo mai avuto prima: ci sono le pre-condizioni per fare un salto quantico, soprattutto sul fronte dell’economia circolare dove l’Italia è il Paese più avanti in Europa.

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