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BIODIVERSITÀ MEDITERRANEA

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Questo articolo è stato pubblicato il 30 settembre 2010 alle ore 08:10.

Chiuso, poco profondo e povero. Non è il profilo di una personalità introversa: sono invece le caratteristiche del Mare Mediterraneo. Un mare che, secondo Roberto Danovaro, professore al dipartimento Scienze del mare del Politecnico delle Marche, «ha invece una storia di grandi passioni, di eventi geologici complessi, ed è un crocevia importante per le specie marine, elementi che ne fanno un hotspot della biodiversità mondiale».
Il nostro bacino è in comunicazione con gli oceani solo grazie a due stretti, ha una profondità media di un chilometro e mezzo (contro i 3,5 degli oceani), è povero di nutrienti, è caldo perfino nelle zone abissali (13°C di media rispetto ai 3-4°C degli oceani), ed è sempre più ricco di specie aliene (ormai il 4% di quelle censite).
I mari chiusi sono anche quelli più a rischio, spiega Danovaro: «La ricchezza di biodiversità del Mediterraneo, dovuta a milioni di anni di storia è stata impoverita in pochi secoli di attività umana».
Attività a cui ora, dopo il saccheggio della pesca e l'intenso traffico commerciale, si aggiungono le attenzioni delle compagnie minerarie multinazionali. Basti pensare ai giacimenti di noduli di manganese, presenti anche nel Tirreno: «Recuperare quei noduli è simile ad arare un campo, si rischia di disturbare un fondale abitato da forme di vita sconosciute, e in ecologia "disturbo" può significare distruzione». Ci sono poi i gas idrati (per esempio il metano) presenti tra l'altro lungo la scarpata calabrese, e molte altre risorse pronte per essere sfruttate.
Il timore è che settori di fondale possano essere dati in concessione anche in assenza di uno studio sull'impatto di queste attività: «A oggi non esiste un'analisi approfondita sull'ecologia del Mediterraneo», dice ancora Danovaro. «Spero che il ministero dell'Ambiente valuti attentamente le richieste prima di accettarle».
Gli abissi mediterranei sono insomma sempre più attraenti, tanto che la Francia ne ha avviato una mappatura dettagliata. «Una mappa così la fai o per definire nuove strategie di sfruttamento, o per capire meglio la vulnerabilità degli abissi. C'è un'autentica rincorsa tra chi ha interessi economici (e geopolitici) e chi, come gli scienziati, vorrebbe prima capire chi e cosa rischiamo di distruggere».

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Tags Correlati: Comunità Europea | Italia | Roberto Danovaro | Scienze | Tecnologie

 

Una rincorsa combattuta ad armi impari. Gli investimenti italiani nella ricerca marina sono troppo pochi, spiega Danovaro, «non abbiamo un Rov (Remotely operated underwater vehicle: uno strumento per lo studio del fondale marino operato dalla superficie) per le ricerche scientifiche in profondità, alcune società di ingegneria off-shore ne possiedono diversi».
Danovaro dice anche che «in Italia a livello di ricerche strategiche nazionali, ogni cento progetti in biologia, uno solo si dedica all'ambiente, gli altri sono nella maggior parte dei casi di natura biomedica. Senza un ripensamento sull'importanza della ricerca ecologica, l'unica speranza per noi è il finanziamento da parte della Comunità europea», che, al contrario, ha posto queste tematiche in alta priorità.
Ora è infatti stato avviato un progetto comunitario (chiamato Hermione) che vede la partnership di 38 istituzioni europee e un budget di 8 milioni da spendersi entro il 2012. Porterà in superficie l'universo di alcuni hotspots di biodiversità degli abissi che circondano l'Europa. Tra questi ci sono le aree a coralli profondi al largo di Santa Maria di Leuca, le montagne marine come il Marsili e il Palinuro nel Tirreno, e quegli autentici canyon che si sviluppano dal Golfo del Leone a quello di Genova. (ja. p.)
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