Il Sole 24 Ore
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L'industria CHE AMA LA TERRA

Elena Comelli


«I TRE QUARTI DEI CONSUMI ELETTRICI INDUSTRIALI SONO DOVUTI ALLA PRODUZIONE DELLE MATERIE DI BASE» , Walter Stahel

Ridurre l'impronta ambientale dell'umanità sul pianeta? Inutile. Per salvare il mondo, bisogna trasformare la nostra impronta da negativa in positiva, non ridurla. Michael Braungart ne è convinto: «Gli ambientalisti dicono che sarebbe meglio se non ci fossimo. Invece bisogna puntare al contrario, fare in modo che la nostra presenza diventi un guadagno per la Terra: dobbiamo essere utili, non meno dannosi». Come? «Inserendoci correttamente nei cicli della natura». I cicli sono il suo pallino. Fin dagli anni Ottanta, quando ha messo la sua esperienza di chimico al servizio dell'ambiente, Braungart punta a una rivoluzione radicale della produzione industriale, separando il ciclo dei materiali organici da quello dei materiali "tecnici", cioè sintetici. I due cicli nel suo sistema restano sempre divisi e s'incrociano solo nel prodotto finito, che dopo l'uso va restituito al produttore e disassemblato per far rientrare i due tipi di materiale ognuno nel suo ciclo di pertinenza: quelli organici devono tornare alla terra e quelli tecnici vanno riutilizzati. «Riciclare sempre gli stessi materiali sarà l'unico modo, alla lunga, per difenderci dall'esaurimento delle risorse», sostiene Braungart. Altrimenti? «Nella peggiore delle ipotesi, la crisi delle risorse potrebbe portare l'umanità a contrarsi fino a un paio di miliardi di persone nel giro di 60-70 anni». I tempi, quindi, sono strettissimi. La società dei consumi va riformulata alla radice, iscrivendo la produzione industriale nell'eterno girotondo della vita, dove niente muore mai e tutto rinasce continuamente: dalla culla alla culla.
Cradle to Cradle è una parola d'ordine che ormai caratterizza un movimento molto vasto, costituito da centinaia di imprese, istituti di ricerca, enti pubblici e agenzie di certificazione. Quando è uscito sbattendo la porta da Greenpeace, convinto che l'approccio autopunitivo dell'ecologismo militante fosse controproducente, Braungart ha smosso il classico sassolino che oggi sta facendo venire giù una valanga. «Purtroppo ho trovato molto più ascolto negli Stati Uniti che a casa mia», si rammarica questo tedesco dal marcato accento svevo, che nel '95 ha fondato con l'architetto americano William McDonough la società Mbdc (McDonough Braungart Design Chemistry) per aiutare le imprese a convertirsi alla sua filosofia e da allora a oggi ha certificato con il suo marchio un migliaio di prodotti in tutto il mondo. In realtà Braungart ha ottenuto vasta eco anche in Europa, ma soprattutto in Olanda, dove ha una cattedra all'università di Rotterdam e dove un'intera regione, il Limburgo, si è convertita ai suoi principi.
Nella stessa Germania, dove ha sede la sua Environmental Protection and Encouragement Agency, versione europea di Mdbc, negli ultimi anni Braungart è stato sommerso dai riconoscimenti e il primo festival Cradle to Cradle, in corso in questi giorni a Berlino, attira folle da stadio. Ma è vero che l'ecologismo tedesco non ha affatto aiutato la sua missione. «In Germania la natura è circonfusa da un'aura romantica e passa per un'entità intrinsecamente positiva, calpestata dall'umanità cattiva. Negli Stati Uniti invece, ma anche in Olanda, la natura è vista con più disincanto: una realtà potente, che ci può anche distruggere se non ci difendiamo dagli uragani o non costruiamo le dighe per contenere il mare. Mi riconosco di più in una visione di questo tipo. Come chimico, mi rendo conto che in natura si trovano anche i peggiori veleni e le sostanze più inquinanti. Per salvarsi, l'umanità dovrebbe semplicemente capire che queste sostanze vanno evitate».
Le sostanze tossiche, oggi usate a piene mani, sono il problema principale da risolvere nei processi industriali che Braungart cerca di rivoluzionare. Chi entra nell'ottica della produzione rigenerativa, deve eliminarne il più possibile. In pratica, il sistema Cradle to Cradle prevede tre fasi: prima viene l'analisi, a cui ogni impresa deve sottoporre i prodotti da certificare, per identificare tutte le sostanze chimiche utilizzate, risalendo indietro nella supply chain fino a nove passaggi. Non è un processo semplice: un televisore, ad esempio, può contenere più di 5.000 sostanze chimiche diverse. Dopo aver analizzato a fondo la composizione del prodotto e della supply chain, viene la seconda fase: ridisegnarlo, riducendo al minimo le sostanze tossiche che lo compongono. «Ci rendiamo conto che non si possa sempre ridurre questo numero a zero, ma cerchiamo di avvicinarci il più possibile e spesso otteniamo risultati sorprendenti», precisa Braungart. L'ultimo step è costruire una nuova supply chain, basata su processi chiusi: tutti i materiali usati per i nuovi prodotti devono essere basati su sostanze che hanno avuto una vita precedente.
In questo modo, si va davvero dalla culla alla culla e non più dalla culla alla tomba come nell'approccio corrente, in cui i materiali vengono estratti, poi trasformati in prodotti e infine gettati via. Una rivoluzione epocale.

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