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Questo articolo è stato pubblicato il 19 febbraio 2012 alle ore 08:21.

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Trasformare un disastro in un'opportunità di crescita per il Paese. La si può definire anche in questi termini l'ardua missione di far decollare il numero di aziende italiane che vendono online. Ora è un disastro perché solo il 4-5% di loro fa ecommerce: circa un terzo rispetto alla media europea Ue 27 e ad anni luce dall'obiettivo dell'Agenda digitale europea (33% entro il 2020). Peraltro la quota è cresciuta pochissimo negli ultimi due anni e c'è stato un periodo in cui è persino calata (era il 7% nel 2004). La buona notizia è che compensiamo il ritardo con lo spirito d'iniziativa: «Lunedì nascerà la prima associazione europea per il commercio elettronico, avviata da Italia, Belgio, Danimarca, Finlandia, Norvegia, Svezia e Francia», dice Roberto Liscia, presidente di Netcomm, consorzio del commercio elettronico. L'associazione è un tassello di un fenomeno più ampio. In Italia, è un periodo in cui varie forme di accordi e alleanze stanno intervenendo per incentivare le aziende a fare e-commerce.
L'associazione, tra le altre cose, mira infatti a far scendere i prezzi e i tempi delle spedizioni transfrontaliere, grazie ad accordi con i corrieri. «Adesso la situazione è svantaggiosa per le Pmi italiane che vogliono fare export via web, costrette a usare vettori internazionali molto costosi», spiega Liscia. Obiettivo è anche rendere le spedizioni più efficienti e meglio tracciabili. «L'associazione creerà anche sigilli di qualità europei per i siti. Così chi compra in un Paese diverso dal proprio saprà quali sono i venditori affidabili».
Un altro obiettivo è agevolare i sistemi di pagamento per le aziende che vogliono vendere a utenti esteri. «In Italia stiamo assistendo alla nascita dei primi "distretti e-commerce". La cultura delle Pmi che ha creato i distretti industriali si sta trasferendo sul web», aggiunge Liscia. Le Pmi stanno capendo di avere bisogno di alleanze o di usare servizi consortili per tenere bassi i costi associati all'ecommerce. Soprattutto quelli della logistica e della creazione/gestione del sito. Queste sinergie incentivano a volte anche gli acquisti, visto che l'utente può comprare da diversi negozi tramite uno stesso portale e una singola spedizione. Per esempio, da settembre le aziende associate all'Anci (Associazione Nazionale Calzaturifici Italiani) possono vendere tramite il sito Iloveitalianshoes.eu. Il Consorzio alimentare per la Valtellina sta utilizzando la piattaforma Btx per consentire agli associati di vendere in tutto il mondo i prodotti tipici. Profumeria.it raccoglie invece i negozi di profumi.
«Comincio a essere ottimista. Prevedo che nel 2012 il numero di aziende italiane con ecommerce aumenterà del 20-30%», dice Liscia. Ma così sarebbe comunque appena «una quota del 6-6,5% sul totale». Di questo passo, la media europea resterebbe un traguardo irraggiungibile. È evidente quindi che gli sforzi di privati, piattaforme e associazioni, per quanto utili, non bastano. Lo sa bene anche il governo Monti, che ha inserito l'ecommerce tra le priorità della cabina di regia per l'agenda digitale e ora sta lavorando a un pacchetto di norme e iniziative a riguardo. Il ministero allo Sviluppo economico pensa a semplificazioni normative per le aziende che vogliono vendere online e ha messo allo studio la riduzione del carico fiscale sulle transazioni online (ma serve il consenso del Tesoro). Ne potrebbe derivare una crescita dei fatturati delle aziende, del Pil del Paese e quindi dello stesso gettito fiscale. Secondo Boston Consulting Group, infatti, le Pmi italiane che hanno fatto ecommerce sono cresciute dell'1,3% l'anno nel triennio 2008-2010. Contro il -4,5% di chi non ha nessuna presenza online e il -2,4% di chi ha solo un sito vetrina.
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