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Questo articolo è stato pubblicato il 24 giugno 2012 alle ore 18:38.

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Il vero startupper, quello destinato al successo, è «profondamente ottimista e, allo stesso tempo, pieno di dubbi e capace di porre mille domande. Non dà per scontato che i tuoi consigli siano giusti, anzi ti sfida e cerca il confronto su tutto. E il bello è che questo non gli impedisce di svegliarsi ogni giorno convinto di poter cambiare il mondo». A parlare è Greg Horowitt, venture capitalist e docente dell'Università di San Diego, nonché co-autore del libro dal titolo «The Rainforest - The secret to building the next Silicon Valley». Un esperto nella selezione del talento, secondo il quale i neoimprenditori degni di attenzione sono caratterizzati da «una fantasia incredibile, da grandi adattabilità, tenacia e determinazione. Dici loro di no e continuano a tornare, perché credono in ciò che fanno».

E per chiarire come il talento del singolo venga prima di tutto, Horowitt aggiunge: «A volte ci capita di sedere al tavolo con qualcuno che ha un'idea poco valida, ma che allo stesso tempo risulta essere tanto promettente da meritare di portare avanti il confronto, di insistere finché non si trovino insieme altre opportunità per lavorare insieme». Nel libro che porta anche la sua firma, Horowitt definisce il modello di funzionamento della Silicon Valley californiana – a oggi l'ecosistema in cui meglio prospera il talento appena descritto – con lo scopo dichiarato di renderlo esportabile e replicabile altrove. Per farlo, ricorre alla metafora della foresta pluviale: «Con essa si intende un ambiente favorevole alla crescita disordinata e libera delle aziende, un contesto dove i Governi devono garantire le condizioni ideali perché queste possano prosperare invece che morire prematuramente di inedia, prive del nutrimento rappresentato da capitali, mentorship e conoscenza».

In Italia ce ne sarebbe bisogno. Resta il fatto che in molti hanno tentato di esportare il modello Silicon Valley, ma nessuno sembra esserci riuscito davvero: «L'errore più comune – sintetizza Horowitt – è credere che per replicarla sia sufficiente costruire qualcosa che ne abbia l'aspetto. Il valore aggiunto risiede invece nel modello organizzativo, nel modo in cui le persone interagiscono, condividono liberamente le informazioni e le idee».
La differenza con i modelli economici tradizionali, basati sulla competizione a ogni costo e «sull'idea che se io do qualcosa a te, allora l'ho persa», salta subito all'occhio. «In Silicon Valley accade il contrario – conferma il venture capitalist – perché c'è abbondanza di idee e di mezzi e tutti hanno ben chiaro che, se ci si aiuta l'un altro, ognuno ne trarrà beneficio».

Insomma, se di certo è importante riconoscere e valorizzare il talento, è altrettanto fondamentale che tutti partecipino alla costruzione di un ecosistema in cui esso possa prosperare. La buona notizia è che almeno secondo Horowitt, intervistato a Roma a margine di un convegno organizzato da Telecom Italia - Working Capital, «l'Italia ha gli ingredienti giusti» per ricreare le condizioni della Silicon Valley. Perché ciò sia possibile sono però necessarie «policy governative più smart, una pubblica amministrazione più dinamica e capitali che sappiano prendersi dei rischi ed essere "pazienti" così da tenere in movimento il sistema», sostiene Horowitt.

E poi serve fiducia. Quando questa diventa il collante che tiene insieme il sistema, allora è possibile ridefinire il contratto sociale in modo che somigli a quello, virtuoso, condiviso in Silicon Valley dagli stakeholder: «L'accordo è semplice – spiega Horowitt – noi diciamo ai giovani di talento che daremo loro servizi, li assisteremo e guideremo senza costi. Se poi ciò che facciamo ha un valore per loro, allora ci aspettiamo che rispettino i loro impegni e che, a tempo e luogo, restituiscano qualcosa al sistema sotto forma di tempo, esperienza, idee, contatti. Tutto si basa sulla fiducia nel fatto che ognuno faccia la sua parte. Se questi accordi diventano parte di un contratto sociale condiviso ed esplicito, allora le persone iniziano a comportarsi diversamente, si abbassano i costi di transazione, aumenta la velocità del sistema». E nasce una nuova Silicon Valley.

Resta da vedere se l'Italia sia pronta per un simile cambio di prospettiva: «Complice forse la paura determinata dalla crisi economica – racconta Horowitt – durante la mia permanenza qui ho registrato una diffusa propensione al cambiamento. E con esso, anche la promettente volontà di tentare qualcosa di diverso, peraltro rafforzata dalla consapevolezza che il modo in cui si è agito fino a ora non era probabilmente il migliore».
Cosa ancora più importante, Horowitt afferma di aver incontrato a tutti i livelli «talenti determinati a impegnarsi in prima persona per fare tutto ciò che sia necessario fare». Anzi, per facilitare loro il compito, il venture capitalist elenca alcuni errori ricorrenti che sarebbe meglio evitare: «I giovani imprenditori – spiega – non devono trascurare mai di chiedersi chi siano i loro potenziali clienti e i loro competitor».
Per quanto riguarda le istituzioni, queste «sbagliano nel non coinvolgere a sufficienza il settore privato, spesso non comprendono quale sia il vero ruolo di ciascun attore e, ultimo ma non meno importante, tendono a pensare che l'innovazione riguardi soprattutto le infrastrutture, mentre invece ha a che fare in tutto e per tutto le persone».

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