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Questo articolo è stato pubblicato il 30 settembre 2012 alle ore 14:41.

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Larry Ellison, il capo della Oracle, lo diceva con l'espressione simpaticamente stupita di chi vuole condividere una scoperta con il suo interlocutore: «Steve Jobs ha dimostrato che una persona può fare la differenza». Ellison stava commentando i risultati ottenuti da Jobs, pochi anni dopo il suo ritorno alla Apple. Era una frase da amico e da ammiratore, certo. Ma era anche un'affermazione che introduceva un'inattesa nozione umanistica nel contesto scientifico, ingegneristico ed economico della cultura tecnologica.

La storia controversa di Steve Jobs, persona ammirata e criticata come poche, ha generato conseguenze immense. E come tutte le grandi biografie, non cessa di sfidare gli interpreti, riproponendo all'attenzione la domanda su quanto una singola persona possa influire sui destini della realtà che, invece, si tende a spiegare ricorrendo all'analisi delle strutture storiche, dei mercati, delle organizzazioni collettive. «Non lasciate che altri scrivano la storia della vostra vita» disse Jobs agli studenti di Stanford nel 2004. E forse gli studenti, rapiti dalla bellezza di quel discorso famosissimo, abbandonavano per un attimo il pensiero delle difficoltà poste dalle logiche aziendali, sociali e politiche con le quali si apprestavano a confrontarsi entrando nel mondo del lavoro e si concentravano sulle loro aspirazioni personali, sulle loro resposabilità individuali, sulla loro forza creativa. Ma allora, se tanto può contare l'esempio e il pensiero di una persona, che cosa ci manca, ora, a un anno dalla morte di Steve Jobs?

Certo, i fatti davano ragione a Larry Ellison. Jobs, co-fondatore della Apple, era stato cacciato dall'azienda al termine di una battaglia di potere con l'amministratore delegato John Sculley e per più di dieci anni la sua creatura aveva proseguito senza il suo ispiratore, conoscendo un lento e, apparentemente, inarrestabile declino. Alla metà degli anni Novanta era arrivata al limite del fallimento. Richiamato in sella Jobs, la Apple prese decisioni drastiche, fermò le perdite e ritrovò la sua identità originaria: quella di un'azienda innovativa, elegante, differente. Nel 2002 era in piena ripresa e valeva più di 5 miliardi di dollari. Nel 2007, dopo il successo dell'iPod e al lancio dell'iPhone aveva raggiunto una capitalizzazione di circa 80 miliardi di dollari. A fine settembre del 2011, la Apple valeva più di 350 miliardi. Dati inequivocabili del successo di un intervento umano in un contesto tecno-economico. Si può discutere di quanto contino le piccole variazioni del valore di borsa di un'azienda, ma fenomeni quantitativi così macroscopici hanno anche un valore qualitativo: e non possono che far pensare a quanto il contributo di una persona abbia rafforzato un'impresa collettiva. Il fatto è, peraltro, che da quel 5 ottobre dell'anno scorso, quando Steve Jobs morì, la capitalizzazione della Apple è cresciuta ancora: a oltre 630 miliardi, quasi un raddoppio. E dunque? Qualcuno può leggere in questo dato un motivo per ridimensionare il contributo di Steve Jobs. Ma forse serve a comprenderlo ancora meglio.

Jobs, come ogni essere umano, non può certo essere considerato l'unico autore della storia. Un'ottima squadra conta quanto e, quasi sempre, più dell'uomo solo al comando. Ma a sua volta la squadra ha bisogno di motivazione e ispirazione. È quello che sostiene Jay Elliot nel suo secondo libro sugli insegnamenti che ha tratto lavorando con Steve Jobs, tradotto da Hoepli: Jobs sapeva motivare e ispirare come pochi.

Proprio per questo il suo contributo va oltre la durata della sua vita. La sua ultima opera, disegnata con la solita precisione da Jobs a partire dal giorno in cui gli fu diagnosticata la malattia fatale, è stato l'iTeam, il gruppo di manager che l'avrebbe sostituito: la visione di Jobs in materia è espressa programmaticamente in alcune interviste. Voleva che l'iTeam fosse capace di mantenere la Apple su una traiettoria innovativa, voleva costruirla in modo che non si potesse sedere sulle sue conquiste e le sue ricchezze. Voleva che la Apple vivesse anche dopo di lui con lo spirito di un'eterna start-up.

Finora il progetto ha avuto successo.
Nel tempo però, la Apple e il mondo dell'innovazione non potranno vivere di un'eredità. Del resto, come diceva Jobs, la morte è una grande invenzione perché obbliga al rinnovamento. E nel tempo emergerà un nuovo leader culturale nel mondo dell'innovazione. Ma forse il ricordo ancora vivo di una biografia entrata nella storia rende per ora difficile riconoscerlo.

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