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Questo articolo è stato pubblicato il 21 ottobre 2012 alle ore 17:13.

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Il futuro di internet si gioca a Dubai all'inizio di dicembre. La città araba ospiterà la Conferenza mondiale delle comunicazioni internazionali (WCIT), dove i governi partecipanti potrebbero decidere di trasferire la governance di internet dall'Icann (Internet Corporation for Assigned Names and Numbers) all'Itu, l'agenzia Onu che si occupa direttamente di tecnologie della comunicazione e dell'informazione, di fatto cambiando radicalmente lo scenario attuale.

«Al momento il governo della rete è gestito dall'Icann – spiega Michael Kende, responsabile del Regulation Sector per Analysys Mason e autore del rapporto "Internet global growth: lessons for the future" – che funziona secondo un modello multi-stakeholder grazie al quale hanno voce in capitolo accademici, Governi, privati cittadini e aziende». Il sistema garantisce un buon equilibrio e la necessaria trasparenza nelle scelte e nelle decisioni, dove «ogni attore ha la possibilità di far pesare la propria opinione», spiega l'analista incontrato a margine di una conferenza organizzata presso la John Cabot University dal Progressive Policy Institute assieme al Center for European Studies e alla European Privacy Association.

Se all'Icann dovesse subentrare l'Itu, la gestione di internet e la sua regolamentazione dipenderebbero "solo" dai governi dei 193 Stati che fanno parte dell'Onu. In questo modo si azzererebbe quel modello di gestione partecipato descritto da Kende, escludendo dalle decisioni che contano proprio quegli attori che partecipano direttamente allo sviluppo di internet. L'altro problema sono i Regolamenti internazionali sulle telecomunicazioni (Itr), che l'Itu vorrebbe estendere alla rete e che secondo Kende finirebbero con il soffocarla. Per spiegare perché, l'analista parte dal lontano 1982: a quell'epoca risale infatti l'ultimo trattato Itr, nato dalla necessità di regolamentare il mercato della telefonia in un mondo in cui internet ancora non esisteva e dove, a livello globale, c'erano solo tre operatori privati. «Fu un approccio completamente top-down – spiega – dove i Governi si chiusero in una stanza e decisero come dividere i soldi. Da allora però le reti e i servizi si sono evoluti e sono cambiati al punto che, al momento, solo il 2% del traffico voce cade sotto le regole di quell'Itr».

Internet invece nasce secondo dinamiche diametralmente opposte, «grazie allo stanziamento di fondi governativi e di associazioni scientifiche messi a frutto dal mondo accademico, poi è cresciuta grazie ai privati, secondo un approccio del tutto bottom-up che ha trovato struttura e organizzazione con la nascita dell'Icann nel 1998». Ed è proprio questa natura libera e aperta alla competizione a far dire a Kende che «l'intero sistema non sopravvivrebbe alla transizione verso l'Itr che peraltro ironicamente ormai regola una parte trascurabile del traffico voce». Ma perché i Governi hanno tanto interesse a cambiare le regole? Una parte di essi sostiene di voler «garantire la sostenibilità del modello di funzionamento di internet e far sì che i benefici da essa derivanti arrivino a tutti». E se l'obiettivo può essere condivisibile – spiega Kende – non lo è il modo in cui si intende ottenere tale risultato. Anche perché ha effetti collaterali non trascurabili come fornire nuovi strumenti di controllo e censura della rete a nazioni più che intenzionate ad usarli, come Cina e Russia.

Gli operatori Tlc, invece, chiedono da tempo che le regole vengano cambiate affinché i cosiddetti Over The Top, ovvero aziende come Google o Facebook, contribuiscano direttamente ai costi di manutenzione e di sviluppo delle infrastrutture di comunicazione attraverso cui veicolano servizi straordinariamente remunerativi. Hanno ragione? «Vent'anni fa si poneva la questione inversa – ricorda Kende – e cioè se fossero gli Internet service provider a dover sostenere economicamente i produttori di contenuti senza i quali i loro servizi avrebbero avuto molto meno senso per l'utente. E per fortuna al tempo nulla di tutto ciò venne messo su carta come regole. Ora che i contenuti generano enormi introiti grazie all'advertising, si chiede a chi li produce di pagare per il mantenimento delle reti di telecomunicazione.

È il solito vecchio dibattitto su chi trae più valore da cosa». E per spiegare perché gli operatori non hanno bisogno di nuove regole, Kende cita uno studio recente secondo cui oltre 4mila Isp insieme gestiscono circa 142mila accordi di connessione tra le rispettive infrastrutture, di cui solo una parte sono scritti su carta: «Ciò significa – conclude – che ci troviamo di fronte a un mercato straordinariamente "informale" che, nonostante questo, funziona perfettamente, come dimostra l'incredibile crescita dell'innovazione in internet». Un mercato che non sarebbe necessario né conveniente cambiare.

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