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Questo articolo è stato pubblicato il 22 gennaio 2014 alle ore 19:48.
L'ultima modifica è del 22 gennaio 2014 alle ore 19:49.

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Potrebbero arrivare in clinica molto prima del previsto. Le trachee artificiali "su misura", dopo essere state sperimentate con successo in pochi casi, entrano in ampi studi clinici grazie a uno spin-off dell'Harvard Bioscience, che è pronta a produrre gli scaffold per la coltivazione dell'organo in diversi studi clinici europei e per i quali ha ricevuto un grant di 5 milioni di dollari.

È noto che il percorso normativo per l'approvazione di nuove cure nell'Unione europea e in Giappone è meno complesso rispetto a quello statunitense, tanto è vero che la società di Boston terrà la sua prima riunione formale con l'Fda a fine gennaio, e se riceverà l'autorizzazione sarà il primo prodotto approvato in Usa di questo tipo.

Da un punto di vista produttivo – ha spiegato Green, ceo della società Hart (apparatus harvard regerative technology) – utilizziamo un processo chiamato elettro-spinning che è diverso dalla tessitura, ma come essa crea fibre delle dimensioni di un capello. La fibra ottenuta viene poi sciolta come lo zucchero filato creando un'impalcatura porosa (il 90% è aria). A questo punto entrano in gioco le cellule del paziente (prelevate dal midollo osseo) che vengano pipettate sul ponteggio all'interno del bioareattore, che ha le dimensioni di una scatola da scarpe e con il quale si ottiene la trachea artificiale personalizzata. A beneficiare di questa innovativa tecnica sarebbero circa 6mila pazienti in tutto il mondo, e in futuro la stessa tecnica potrebbe generare anche cuori, polmoni ed esofagi. La società americana Hart sta già collaborando con il Massachusetts general hospital per sviluppare un bioreatore per i polmoni e con la Mayo clinic per le valvole cardiache, anche se è più probabile che a essere realizzato sarà l'esafago, organo meno complesso.

Questo approccio per creare organi di ricambio che utilizza un ponteggio sintetico combinato con le cellule staminali del paziente è un nuovo passo in avanti per i trapianti d'organo, perché riduce drasticamente il rischio di rigetto e la terapia necessaria per sopprimere il sistema immunitario.

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