Storia dell'articolo
Chiudi

Questo articolo è stato pubblicato il 20 aprile 2014 alle ore 13:51.

My24

La nanomedicina non è più un "Salto nel buio", passando – negli ultimi 15 anni – dalla fantascienza alla realtà. L'area più di frontiera resta confinata ai nanorobot, una famiglia dai nomi stravaganti tipo "microbivore" e "chromallocyte". I primi agiscono come i globuli bianchi e quindi possono digerire batteri e virus in poche ore, o attaccare cellule tumorali prima che si diffondano nel corpo. I secondi, come un chirurgo, sono in grado di operare sulla singola cellula sostituendo per esempio cromosomi o geni difettosi.

Tutti però avranno bisogno di un motore, di braccia meccaniche, di sensori e un computer di bordo, dovranno essere più piccoli dei globuli rossi e resistenti quanto il diamante. Una "manifattura molecolare" che ha bisogno di vere e proprie nanofactory. Ma se i nanorobot sono al momento solo sulla carta e nella nostra immaginazione, in tema di nanofarmaci, si sta già lavorando alla terza generazione, cioè a nanoparticelle che lavorano in maniera collaborativa, i cosiddetti sistemi a multistadio. «Si tratta di "navicelle" con a bordo il farmaco in grado di superare le barriere biologiche attraverso il rilascio di differenti, specifiche sostanze, a seconda del "nemico" che si trovano davanti» ci racconta l'inventore della nanomedicina oncologica Mauro Ferrari, presidente e ad del Methodist Hospital Research Institute di Houston, di passaggio a Milano.
La chiave di volta della nanomedicina è dunque la veicolazione, il trasporto, e a Houston, dopo aver mandato l'uomo sulla luna, sono certamente degli esperti… «Per andare sulla luna hanno studiato un sistema a tre stadi – missile, razzo vettore e lem –, allo stesso modo, il nostro sistema è tristadio: il primo atterra sul vaso afferente al tumore, il secondo lo penetra, il terzo supera la barriera cellulare per svolgere l'azione citotossica» spiega Ferrari, chiamato nel 2003 dal direttore del National cancer institute statunitense per scrivere e progettare il programma federale per la nanomedicina, in particolare applicata al cancro, settore che gli Stati Uniti considerano strategico e sul quale hanno già investito 700 milioni di dollari.
Come nell'elettronica, anche in nanomedicina si utilizza il silicio. Economico ed estremamente versatile, l'ossido di silicio, in particolare, è molto poroso, e come una spugna con tante "tasche" riesce a contenere sostanze diverse, oltre a essere biodegradabile. Ma la vera novità alle spalle di questo lavoro di drug delivery è la matematica, che ha dato vita all'oncofisica del trasporto, un'idea sempre di Ferrari, che ironicamente si definisce "il tassita delle nanoparticelle". «Tutto parte da qui: per progettare nanoparticelle efficaci devo misurare una serie di parametri che caratterizzano da un punto di vista emodinamico il tumore che voglio sconfiggere, e che corrisponde al l'equazione di trasporto delle cellule. Solo in un secondo tempo costruisco le nanoparticelle di silicio caricate con il principio attivo ad hoc. Non è solo teoria, abbiamo testato sui topi le informazioni emerse da questi calcoli matematici, e i risultati sono stati positivi». A oggi, solo a Houston, sono una dozzina gli studi clinici che riguardano l'oncofisica del trasporto. «Entro dieci anni i nanofarmaci saranno la norma, non l'eccezione. Basti pensare che il nab–paclitaxel, nanofarmaco approvato nel 2005 negli Usa, è già un block buster e uno dei 20 farmaci più usati in oncologia» precisa Ferrari. È invece un traguardo europeo, la terapia fisica a base di nanoparticelle, detta di ablazione termica. In questo caso le nanosfere non trasportano farmaci, ma vangono irradiate dall'esterno (con energia magnetica, meccanica o a radiofrequenza) e riscaldandosi "cucinano" il tessuto con cui vengono a contatto. Il tedesco Andreas Jordan è stato il primo al mondo a impiegare questa terapia, con nanoparticelle di ossido di ferro nel glioblastoma multiforme, uno dei più aggressivi tumori al cervello, ottenendo in alcuni casi addirittura la guarigione. Ma gli algoritmi per la modellazione matematica impiegata dal team di Houston per ottenere i nanofarmaci hanno permesso di arrivare ad altre due considerazioni sorprendenti: «primo che la particella migliore al mondo, in realtà, non esiste – continua Ferrari –. E questo è un bene perché permette di personalizzarla di volta in volta rispetto alla malattia che si vuole curare (rational design); viceversa, esiste la particella peggiore e, sorpresa, è quella sferica. In regime di trasporto lineare lungo il flusso ematico, secondo calcoli matematici, la particella non ha infatti alcuna ragione di attraccare».
Non solo, in questi anni si è visto che il concetto di riconoscimento molecolare (cioè la nanoparticella con un anticorpo o un altro agente posto sulla superficie) che ha contraddistinto il 90% della ricerca sui nanofarmaci non è mai arrivato in clinica. «Pur molto attraente da un punto di vista teorico – conclude Ferrari –, si scontra con la realtà: una volta iniettata nei fluidi biologici questo tipo di nanofarmaco viene subito attaccato dalle cellule che ne cancellano la specificità e la rendono meno permeabile alle barriere biologiche. Di conseguenza non riesce a raggiungere il bersaglio».
Altre aree di frontiera della nanomedicina riguardano le applicazioni diagnostiche. I ricercatori cercano nuovi modi per monitorare la progressione del tumore e i chirurghi sono sempre più interessati a usare i punti quantici per mappare la neoplasia prima di operare. Dopo 50 anni il sogno di Richard Feynman, padre della nanoscienza, diventa realtà.

Commenta la notizia

Shopping24

Dai nostri archivi