Storia dell'articolo
Chiudi

Questo articolo è stato pubblicato il 11 maggio 2014 alle ore 08:12.

My24

aAccettare di convivere con il disordine, l'incertezza, il dubbio; analizzare le relazioni tra le parti, tra queste e il contesto nonché l'osservatore, specificandone sempre il punto di vista e la posizione: la sfida della complessità è più attuale che mai e non può prescindere dalla pluralità.
«Non c'è un unico linguaggio teorico in cui si esprimono le variabili a cui possa essere attribuito un valore ben definito che possa esaurire il contenuto fisico di un sistema. I vari linguaggi possibili e i vari punti di vista sul sistema sono complementari. Essi riguardano la stessa realtà, che straripa da ogni possibile linguaggio, da ogni possibile struttura logica», scrivevano Ilya Prigogine e Isabelle Stengers ne «La nuova alleanza» (1979). Linguaggi complementari e nello stesso tempo antagonisti.
La complessità, più che una definizione – Lloyd nel 2001 ne ha contate quarantadue –, è una questione di de-finizioni, ovvero di (ri)negoziazione di confini. Nata per descrivere fenomeni di autorganizzazione in condizioni lontane dall'equilibrio, tra ordine e caos, la complessità continua a essere frontiera. «Parola-problema» per Edgar Morin, per la stessa Stengers non potrebbe costituire un paradigma scientifico ma, al più, un discorso sulla scienza.
Un discorso che l'epistemologia della complessità tenta di affrontare, tra teoria del caos, meccanica quantistica, intelligenza artificiale, cibernetica, termodinamica, ecologia, teoria dei sistemi. Una delle metafore per illustrare la differenza tra «complicato» e «complesso» è quella tra un nodo e un maglione: mentre sciogliendo il primo il problema si risolve, nel secondo caso trovare «l'elemento primo», il filo, non basterà a capire il sistema, rivelandosi controproducente.
È l'interazione dinamica, l'intreccio, a fare la differenza. Un sistema si dice quindi complesso quando caratterizzato da interazioni non lineari tra le parti che presentano delle proprietà nuove (emergenze, il "more is different" teorizzato da Anderson) rispetto a quando considerate isolatamente. Comportamenti emergenti sono, ad esempio, l'organizzazione gerarchica, il processamento di informazioni, l'evoluzione, l'apprendimento.
Ma, contemporaneamente, lo stesso sistema producendo emergenze inibisce alcune proprietà possedute dalle parti in precedenza. Sta all'osservatore quindi specificare il punto di vista e il "taglio" che separa un sistema dall'altro (sovrasistema, sottosistema, ecosistema, metasistema), analizzando le interazioni, rifiutando i manicheismi, incrociando i punti di vista e i contesti. Se il tessuto (complice l'etimologia) è una delle metafore per eccellenza, particolare attenzione è prestata alle reti, alle connessioni e alle relazioni (alle intersezioni).
Se ne discute al Festival della Complessità (maggio-luglio 2014), con un cartellone "emerso" dagli scambi tra le associazioni che si sono autocandidate a ospitare eventi «a chilometro zero» (e zero fondi) su proposta di Dedalo '97, Aiems e Complexity Education Project: 194 eventi in 23 città diverse nati dal passaparola (www.dedalo97festivaldellacomplessita.it), in cui i temi del management (gestione del rischio, azione come strategia "ecologica") si incrociano con la governance sanitaria (gestione pazienti comorbidi, continuità assistenziale ospedale-territorio), la psicoterapia (analisi della persona nel contesto familiare e ambientale), l'architettura (interazione uomo-ambiente), le scienze naturali (previsione e incertezza degli eventi sismici o vulcanologici), la giurisprudenza (problema della giustizia e mito semplificatore del diritto "immobile"), il turismo (significato di accoglienza), le arti (interazione tra mondo reale e immaginato). Tra ordine e caos, l'improbabile diventa probabile.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Commenta la notizia

Shopping24

Dai nostri archivi