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Questo articolo è stato pubblicato il 10 dicembre 2014 alle ore 06:39.

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a Reti, tecnologie e co-produzione: nel welfare la linea dell'innovazione passa da questi tre punti. Mentre lo Stato è alle prese con spending review sempre più mortificanti, la società intera si mobilita per soddisfare i bisogni crescenti delle persone, dalla salute alla scuola, dall'assistenza agli anziani e alla cultura. Ed emergono via via formule innovative di welfare. Che possono, cioè, avere un impatto sociale diffuso.
tecnologie al servizio
Si moltiplicano le piattaforme che offrono nuovi soluzioni ai bisogni, sfruttando le logiche collaborative della sharing economy: dal noleggio di pannolini lavabili alle carrozzine, dalla condivisione di servizi condominiali, allo scambio di competenze tecniche. Non solo, si diffondono le cosiddette motech, le motherly technology, tutti quei servizi online che si prendono cura della persona, dalla gestione delle incombenze domestiche all'assistenza a persone non autosufficienti, dalla conciliazione vita-lavoro al benessere. Come, per esempio U-Life (che sta concludendo la Fellowship for Longer Lives, istituita da Impact Hub Milano, insieme a Axa e Swiss Re Foundation), una piattaforma che risponde ai bisogni dei turisti con esigenze speciali, offrendo a ciascuno la sua vacanza in base alla categoria di accessibilità. Inoltre si moltiplicano tutte quelle piattaforme che offrono servizi di welfare aziendale. Secondo una ricerca condotta nel 2013 da McKinsey per Valore D, «il welfare è molto apprezzato dai lavoratori, che lo "valutano" fino al 70% in più rispetto al costo sostenuto dall'azienda» si legge nel Rapporto sul Secondo Welfare, a cura di Franca Maino e Maurizio Ferrera. Ma l'innovazione ancora da esprimere è sui device. «Finché si tratta di piattaforme, la risposta viene dall'incrocio tra domanda e offerta» spiega Matteo Bartolomeo di Make a cube, incubatore specializzato in imprese ad alto valore sociale e ambientale. «Il problema è che, da un lato, ci sono servizi puri, dall'altro dispositivi tecnologici. La vera sfida è metterli assieme. Penso per esempio, alle tecnologie per i disabili o ai device per gli autistici. Ci sono soluzioni interessanti ma per creare un impatto devono essere messe in rete con chi eroga i servizi, per esempio le cooperative sociali».
le reti eterogenee
Il potenziale maggiore di innovazione si esprime in questo momento dalla contaminazione feconda di realtà molto diverse tra loro. «Lo scenario è quello di una crescente tensione sociale che vediamo in queste giorni nelle periferie – spiega Stafano Granata, presidente Cgm –. È evidente la crisi del ceto medio che prima poteva accedere facilmente a casa, sanità, energia e mobilità. Ora è necessario rispondere aggregando la domanda con un'offerta sostenibile. Prima il welfare era sostenuto dalla spesa corrente pubblica. Ora occorrono capitali pazienti sul lungo periodo». Come può contribuire la cooperazione? «Con la nostra flessibilità – spiega Granata, alla guida di un gruppo di mille cooperative – possiamo riorientarci sui nuovi bisogni. Poi le imprese sociali godono di buona reputazione, a parte alcuni casi isolati (si veda l'inchiesta della procura di Roma su Mafia Capitale ndr.), e hanno un bassissimo tasso di default. Per questi motivi possono essere luoghi attrattivi per investimenti privati. Ci sono già segnali in questo senso da parte sia di persone fisiche che di multinazionali». Così per esempio a Cerro Maggiore, in provincia di Milano, la cooperativa sociale La Meridiana (che fa parte di Cgm) gestisce il centro polifunzionale Ginetta Colombo, su cui ha investito anche Oltre Venture con il suo fondo. Tra gli altri servizi, il centro offre alloggi protetti: si rivolge cioè ad anziani che non sono in grado di vivere in autonomia ma per i quali si vuole evitare o ritardare il ricorso al ricovero in una una residenza temporanea assistita (Rsa). In questi alloggi le persone posso godere di assistenza, servizi infermieristici e fisioterapici personalizzati, supervisione medica.
la co-produzione
L'alleanza tra pubblico e privato è uno dei fenomeni più recenti. Si pensi al privato sociale, al mondo delle fondazioni di origine bancaria che hanno non solo ruolo di erogazione ma anche progettuale (nell'housing sociale, nell'assistenza, nella cultura), alle aziende che intravedono nel sociale molto di più di uno strumento di responsabilità sociale. «L'eterogeneità della rete rende migliore la possibilità di innovazione – spiega Paolo Venturi, direttore di Aiccon – che consente anche di qualificare il grado di co-produzione». Co-produzione che si gioca quindi non solo sul piano dell'alleanza finanziaria ma anche della progettualità del servizio. Perché quello che è ormai chiaro è che la scalabilità dei progetti è importante. Ma è altrettanto vero che il mondo della cooperazione tradizionale che ha perso l'ispirazione originaria e che si è avvicinato troppo alle logiche for profit ha lasciato un vuoto. «Storicamente c'erano le mutue che aggregavano la domanda e socializzavano i bisogni – aggiunge Venturi –. Ora l'impresa sociale che voglia intercettare i 30 miliardi di euro out of pocket degli italiani (a tanto ammonta la quota che viene pagata a terzi, perlopiù privati, per servizi socio-sanitari ndr), deve farlo non solo impegnando redditi e risparmi ma anche investendo sui servizi di qualità e sulla relazione».
I segnali per ora ci sono soprattutto nella sanità. «Penso, ad esempio, alla nuova sanità a prezzi calmierati, soprattutto laboratori di analisi e diagnostica in genere – spiega Carlo Borzaga, docente di Politica economica all'Università di Trento –. Qui si assiste alla nascita delle prime imprese sociali, grazie alla legge in materia. Che invece è fallita nell'agevolare il passaggio dalle associazioni di impresa sociale alle nuove imprese sociali». Si tratta di società che offrono servizi di qualità a prezzi più bassi rispetto al ticket tradizionale «e che hanno anche la possibilità di discriminare il prezzo in base al reddito presunto e di agire con meno possibilità di atteggiamenti monopolistici».

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