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Questo articolo è stato pubblicato il 20 gennaio 2015 alle ore 11:51.

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Il Dipartimento di giustizia americano ha deciso di ammorbidire la linea sulla controversa questione del diritto dei giornalisti a difendere la riservatezza delle fonti. In effetti, anche come reazione a Wikileaks, di recente, il governo era passato sopra una quantità di diritti sulla libertà di stampa.

La regola generale tradizionale era molto chiara e per decenni era stata la bandiera della qualità del giornalismo americano, al servizio dei cittadini contro gli abusi del potere: un giornale che abbia ricevuto documenti riservati - senza averli sollecitati - ha il diritto di pubblicarli e non rivelare le fonti. Ma quella regola era stata resa inefficace creando nuove norme tanto ambigue da lasciare agli investigatori ampi margini per mettere i giornalisti sotto pressione e costringerli a parlare, ponendo a rischio la sicurezza delle fonti e quindi riducendo la probabilità che qualcuno aiutasse a scoprire qualcosa di diverso dai comunicati ufficiali.

La logica introdotta da Wikileaks aveva spostato il tema in una nuova dimensione tecnologica per la difesa delle fonti. Ma ha innescato un'escalation che alla fine ha rafforzato il governo: in effetti un'esperta come Lucy Dalglish, del Philip Merrill College of Journalism all'università del Maryland sospetta che le concessioni appena decise dal governo americano significhino solo che ormai le agenzie pubbliche possono svolgere indagini con i loro mezzi tecnologici, che sono tanto efficaci da rendere inutile la testimonianza dei giornalisti sulle loro fonti.

La controversia dunque non è finita. La libera ricerca di informazioni richiede un metodo trasparente ma ha bisogno di regole di salvaguardia. E garantirle è un valore occidentale che la geopolitica contemporanea rende ancora più importante, come dimostra il caso degli attentati di Parigi. Internet rende tutto più complesso. Creando l'esigenza di garanzie costituzionali ancora più forti. Per il bene comune.
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