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Gli ologrammi sono realtà. In pista anche startup italiane

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Gli ologrammi sono realtà. In pista anche startup italiane

Ologramma, Studio Tangram
Ologramma, Studio Tangram

Lo scorso 15 aprile un impiegato di Korean Telecom ha videochiamato da Seoul un dipendente di Verizon nel New Jersey, ma anziché utilizzare uno smartphone ha visualizzato il collega come ologramma. L'esperimento, realizzato per testare le potenzialità della rete 5G, mostra in realtà come stiamo per entrare nell'era degli ologrammi, cioè quelle immagini tridimensionali che fluttuano nell'aria (o almeno così pare) e, visibili da ogni punto di vista senza l'uso di appositi occhiali, creano l'illusione che la persona o l'oggetto che stiamo guardando si trovi nella nostra stessa stanza. Gli scienziati si stanno scervellando almeno da quando gli ologrammi sono entrati nell'immaginario collettivo con Star Wars, dove la principessa Leia in forma di ologramma chiedeva aiuto a Obi-Wan Kenobi. Ma solo recentemente iniziano a vedersi i frutti della ricerca: al recente NAB di Las Vegas, la fiera dei broadcaster televisivi, la startup Light Field Lab ha annunciato il primo display olografico prodotto per il mercato consumer, che sarà disponibile entro 18 mesi e permetterà di visualizzare un oggetto a 360 gradi e manipolarlo con un'interfaccia aptica.

L'azienda californiana non è l'unica ad essersi gettata in questo business che promette di essere molto ricco: a Edimburgo Holoxica sviluppa già display olografici per applicazioni in medicina, dove la visualizzazione di organi virtuali da punti di vista diversi consente una migliore diagnosi o accelera il training, mentre la giapponese Vinchu sta per lanciare sul mercato Gatebox, un display in cui appare l'ologramma di una ragazza in stile manga che, mediante comandi vocali, funge da assistente per la casa, oltre che fidanzata virtuale per i single, e Mattel lavora alla Barbie olografica per i bambini. Nel frattempo c'è anche chi si ingegna e, ricorrendo a soluzioni tecnologiche low cost, offre più che un ologramma la sua illusione. La startup londinese Kino-Mo ha sbalordito col suo sistema di proiezione Hypervsn: un'elica su cui sono posizionati Led che ruotando vorticosamente creano un'immagine apparentemente 3D. Non ci si può girare attorno ma l'illusione ottica è fenomenale.

D'altra parte gli ologrammi sono materia di maghi della luce fin da quando nel 1947 il fisico ungherese Dennis Gabor inventò la tecnica che permetteva di creare immagini in grado di dare l'illusione della tridimensionalità. Un'invenzione che gli è valsa il premio Nobel ed ha rivoluzionato i metodi per evitare la contraffazione di banconote. Ma se si passa dalle riproduzioni minuscole a quelle più grandi, la definizione di ologramma diventa più confusa: il pubblico lo identifica con una proiezione di un'immagine ad alta definizione che regala l'illusione di realtà, anche se non ci si può girare intorno. L'origine è in un trucco inventato nell'Ottocento dallo scienziato John Henry Pepper, usato originariamente in teatro, che consiste nel riflettere un'immagine in modo che sembri volumetrica. In questo tipo di ologrammi, che oggi sono i più diffusi, l'Italia è all'avanguardia. Studio Tangram, azienda di Mariano Comense, ha acquisito l'inglese Musion ed è diventata leader nella creazione di grandi illusioni che servono molti settori: dai concerti dove star della musica sono così in grado di cantare su più palchi contemporaneamente, o resuscitare per performance ad hoc, alla politica, dove la tecnologia che consente la telepresenza, è molto utilizzata. Il caso più recente è quello del candidato presidenziale Mélenchon, capace così di fare un comizio allo stesso tempo in più città. Ma la tecnica è anche alla base di una serie di soluzioni meno costose pensate per il retail o l'ambito museale, come quelle proposte da Vimage, Emmegi o come il display Qu-Vi della startup Oc Lab, incubata nel Polo Meccatronica di Rovereto, che ha fornito alla Fondazione Opera Campana dei Caduti della città trentina un'installazione con un ologramma di Ennio Morricone. Nel frattempo c'è chi come la valdostana Quintetto lavora da tempo a un progetto di telepresenza olografica che potrebbe rivoluzionare il mondo delle videoconferenze: anziché vedere l'interlocutore su un display piatto, la società ha messo a punto una tecnica che studiando con cura l'ambiente in cui l'immagine viene proiettata, fornisce l'impressione che la persona sia seduta di fronte a sé.

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