Tecnologia

Uber, una sentenza che spiazza la sharing economy

  • Abbonati
  • Accedi
non solo trasporti

Uber, una sentenza che spiazza la sharing economy

L'attività di intermediazione prestata da Uber con la sua app è un “servizio nel settore dei trasporti” e non un “servizio della società dell'informazione”. La parte tecnologica della sua attività - consistente nel mettere in contatto autisti non professionisti, che utilizzano la propria auto, con chi intende effettuare uno spostamento in città - è secondaria e strumentale alla parte economicamente più rilevante dell'intera prestazione, che è quella del trasporto. Pertanto, non trovano applicazione le regole europee sulla libera circolazione dei servizi, la direttiva servizi e quella sul commercio elettronico.
Con questa decisione la Corte di Giustizia ha inferto un colpo durissimo al colosso californiano. Secondo i giudici, Uber è un'azienda di trasporti e, d'ora in avanti, per continuare a operare in Europa dovrà sottostare alle stesse regole - stabilite a livello locale - cui sono soggetti i tradizionali servizi di trasporto urbano.

I presagi per il colosso californiano erano già foschi da quando lo scorso maggio l'Avvocato Generale - nell'Opinione non vincolante che precede le pronunce della Corte – era giunto a conclusioni in larga parte identiche. Come allora, anche stavolta Uber si è affrettata a minimizzare la portata della decisione, sottolineando che oggetto della sentenza è solo il trasporto “peer-to-peer” di Uber POP, in cui gli autisti sono soggetti privati senza licenza commerciale - un sistema attualmente adottato solo in pochi paesi europei: Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Romania. Mentre la decisione non riguarda le tante realtà in cui l'azienda si avvale di operatori professionali.

In realtà, come dimostrano il clima di febbrile attesa dei giorni scorsi e l'eco che ha ricevuto la notizia sugli organi di stampa di tutto il mondo, la decisione avrà conseguenze sostanziali non solamente sul futuro di Uber, ma soprattutto sul quadro di regole cui è sottoposta l'intera economia di piattaforma, in Europa e non solo.

Ad essere messa in crisi è innanzitutto la qualificazione unica dell'attività svolta dalle piattaforme online come “marketplace”: mercati virtuali per l'incontro di domanda e offerta tra agenti economici indipendenti. In realtà, la platform economy ridefinisce la tradizionale distinzione tra mercati e gerarchie, dando vita a realtà organizzative molteplici: a volte le piattaforme fanno davvero da semplici intermediari; altre volte, invece, erogano direttamente un servizio utilizzando modelli nuovi di gestione del lavoro e dei beni capitali.

Con la pronuncia di mercoledì, la Corte di Giustizia non solamente ha concluso che Uber risponde a questo secondo modello. Soprattutto, ha respinto la tesi secondo cui le piattaforme online che intermediano l'incontro tra domanda e offerta si definiscono per ciò solo “mercati” – come tali, estranei alle responsabilità connesse con l'attività svolta da coloro che agiscono sulla piattaforma. E ha affermato che un quadro di regole di favore e più leggero - come quello riservato dall'Europa ai servizi della società dell'informazione - dipende dalle concrete modalità organizzative di erogazione del servizio, in relazione al tasso di controllo e influenza esercitato dalla piattaforma.

La stessa associazione di tassisti di Barcellona che ha promosso la causa dinanzi alla Corte di giustizia ha mostrato di essere ben consapevole che la portata della decisione non si esaurisce nella contrapposizione tra tassisti e driver: questa sentenza – ha tenuto a sottolineare - è un precedente che va ben oltre il settore dei trasporti e colpisce tutte quelle aziende che si trincerano dietro una piattaforma online per evitare di sottostare al regime giuridico applicabile ai servizi realmente offerti. Nonostante la sentenza non se ne occupi direttamente, è facile prevedere che il primo fronte che si aprirà sarà la controversa distinzione tra lavoratori subordinati e collaboratori esterni.

© Riproduzione riservata