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Dossier 2018, fuga da Facebook: anche Playboy volta le spalle a Zuckerberg

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Dossier | N. 49 articoliFacebook e il datagate

2018, fuga da Facebook: anche Playboy volta le spalle a Zuckerberg

Immagine tratta dai profili social di Playboy
Immagine tratta dai profili social di Playboy

Continua il grande esodo da Facebook, dopo lo scandalo Cambridge Analytica. L’ultima illustre defezione a quanto pare è quella di Playboy, la celebre rivista sexy patinata che, ancora una volta attraverso Twitter, ha annunciato la volontà di abbandonare il social network creato da Mark Zuckerberg.
Cooper Hefner, figlio di Hugh Hefner, leggendario fondatore del magazine americano, come suo solito è stato esplicito: «Ci sono più di 25 milioni di fan che interagiscono con Playboy tramite le nostre varie pagine di Facebook e non vogliamo essere complici nell’esporli alle pratiche riportate», ha twittato.

Ma c’è di più. Per Hefner figlio Facebook è «sessualmente repressivo», affermazione che fa di sicuro riferimento alla censura che la piattaforma online attua sulle immagini esplicite: «Le linee guida sui contenuti e le policy aziendali di Facebook continuano a contraddire i nostri valori», sottolinea il tweet. Quanto basta per ringraziare, salutare e uscire.
La storia va avanti, seguendo più o meno lo stesso copione. Ieri tutti su Facebook, privati, aziende e istituzioni: è lì che succedono le cose. Oggi però, a quanto pare, già funziona diversamente: è scoppiato il datagate? Cambridge Analytica faceva cose che voi umani non potete neppure immaginare? Sua maestà Mark Zuckerberg ha «sbagliato» e si scusa? Contrordine compagni: via da Facebook, allora. Per una notte o tutta la vita.
Tra i casi più clamorosi delle ultime ore, quello che coinvolge Elon Musk, magnate americano fondatore di Tesla, l’auto sinonimo di auto elettrica, e della «compagnia di viaggi interstellari» SpaceX. I profili ufficiali delle due aziende sono stati rimossi dopo un battibecco via Twitter tra il divino Elon e un anonimo utente.

I Tweet con la presa di posizione di Elon Musk

Tutto è partito martedì scorso, quando Brian Acton, cofondatore di Whatsapp, celeberrima applicazione di messaggistica oggi di proprietà di Facebook, ha lanciato l’hashtag #deletefacebook, invitando gli utenti a cancellarsi dalla piattaforma inventata da Zuck. Ed è qui che Musk ha parlato da Musk: «Cos’è Facebook?», ha risposto provocatoriamente. «Cancelli la pagina di SpaceX da Facebook se sei uomo?», gli ha chiesto un utente. Ed è qui che Musk ha risposto ancora di più da Musk: «Non avevo capito che ce ne fosse una. Lo farò». Puff: come per magia, le pagine di Tesla e SpaceX sono sparite da Facebook.

Musk, in ogni caso, è in buona compagnia. Mercoledì, infatti, hanno fatto «delete» i Massive Attack, band di Bristol che negli anni Novanta guidò la rivoluzione trip hop e raccolse consensi di pubblico e critica con album come Blue Lines e Mezzanine. Anche loro dichiarando le proprie intenzioni attraverso Twitter: «Considerata la mancanza di attenzione per la privacy, la mancanza di trasparenza e di responsabilità, i Massive Attack lasciano provvisoriamente Facebook. Ci auguriamo che cambino le loro politiche riguardo a questi problemi». Aspetto divertente: Robert Del Naja, musicista di origini napoletane membro fondatore del gruppo, secondo la stampa britannica è l’uomo in carne e ossa che sta dietro Banksy, il «graffitaro» più famoso del mondo. Uno che spesso e volentieri si è cimentato con temi quali gli effetti del web sull’essere umano. Chissà con quale caustica immagine commenterebbe il datagate. O forse dovremmo dire «commenterà»?

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