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Spionaggio, microchip cinesi: nuova conferma da una Telco americana

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Spionaggio, microchip cinesi: nuova conferma da una Telco americana

C'è un nuovo scottante capitolo nell'inchiesta firmata da Bloomberg su quello che sarebbe il più grave caso di spionaggio tecnologico da parte del governo cinese nei confronti di quello americano e delle sue principali aziende tech. Dopo la notizia del microchip nascosto, installato sulle schede madri usate nei data center dei colossi californiani al fine di spiarli, arriva quella riguardante una manipolazione simile ai danni di una grossa azienda di telecomunicazioni statunitense.

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Un impianto hardware, rimosso lo scorso agosto, che avrebbe consentito a soggetti terzi di estrarre file contenenti segreti aziendali o governativi. La manipolazione è stata trovata su una porta Ethernet (quella utilizzata per collegare un dispositivo a una rete, per intenderci) di una scheda madre sviluppata da Supermicro e utilizzata nel data center della Telco colpita.

Supermicro Computer è un'azienda taiwanese-americana con sede a San Jose, in California. È uno dei più grandi fornitori al mondo di schede madri per server. E secondo l'inchiesta di Bloomberg (ne avevamo scritto qui ) sarebbe stata vittima di infiltrazioni cinesi all'interno di una delle sue fabbriche. Infiltrazioni che avrebbero portato all'installazione del famigerato microchip finito, successivamente, nei datacenter di aziende come Apple e Amazon. Giova ricordare che sia Apple che Amazon hanno negato l'accaduto, mentre Supermicro ha fatto sapere di non essere ancora a conoscenza «di componenti non autorizzati» sulle sue schede madri, e di non aver ricevuto alcuna informazione da nessun cliente per questa presunta violazione della sicurezza.

Oggi, però, Bloomberg è tornata sull'accaduto pubblicando un secondo capitolo riguardante la manomissione subita da una Telco statunitense, per ora anonima grazie a un accordo di non divulgazione. E stavolta le prove le fornisce un esperto di sicurezza, Yossi Appleboum, co-fondatore di Sepio Systems ed ex ufficiale dei servizi segreti israeliani, che ha detto di aver ispezionato personalmente la scheda madre manomessa. Appleboum ha fornito documenti, analisi e altre prove della scoperta proprio dopo la prima inchiesta di Bloomberg, e ha spiegato che la catena di fornitura cinese ha diverse falle, e le manomissioni sono possibili.

I dubbi si addensano
Questa seconda storia di Bloomberg è diversa dalla prima. E in qualche modo fornisce più dettagli e meno punti interrogativi. Le dichiarazioni di Appleboum sono un valore aggiunto, rispetto alla prima tranche dell'inchiesta che – giova ricordarlo – ha incassato le smentite di tutti gli attori chiamati in causa. Ora, invece, il ritrovamento di un chip nella porta Ethernet di una scheda madre installata nei data center di una Telco è una prova importante. Una prova che rinvigorisce la portata anche della prima parte dell'inchiesta.

Che fra Cina e Stati Uniti ci siano da anni tentativi di spionaggio di ogni genere è un fatto risaputo. Stavolta, però, c'è di mezzo il florido impero della tecnologia e un legame indissolubile fra due stati non amici che si trovano a disegnare sulla stessa tela. La Cina è la fabbrica del mondo, leader indiscussa della produzione di elettronica di consumo. Dall'altra parte del globo, la California è l'eldorado del software (con Android e iOS, per esempio). Nel mezzo, adesso, si insidiano storie di spionaggio che fanno traballare il già precario equilibrio fra Pechino e Washington. Una storia che sembra appena cominciata.

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