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OnePlus non è più una startup La tecnologia diventa culto

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OnePlus non è più una startup La tecnologia diventa culto

NEW YORK - Tim e Rick hanno entrambi 13 anni. Sono due giovanissimi youtuber americani che recensiscono prodotti elettronici. E fanno parte del gruppo di alcune centinaia di appassionati e vip, influencer e giornalisti di tutto il mondo radunati dall'azienda cinese OnePlus al molo 36 di Manhattan, dove le aziende hi-tech celebrano spesso il lancio dei loro prodotti: un mese e mezzo fa la cinese Lenovo, poi una startup americana arrivata al D-round di finanziamenti. Adesso, OnePlus.

Con una differenza: Tim e Rick, come gli altri partecipanti al lancio del nuovo telefono OnePlus 6T, hanno dovuto anticipare di un giorno il loro arrivo a New York, perché l'azienda cinese ha dovuto spostare di nuovo, e questa volta con meno di una settimana di preavviso, la sua conferenza. La prima volta, a inizio ottobre, per via del lancio dei nuovi telefoni Pixel di Google. A fine mese invece per l'evento iPad e Mac organizzato da Apple a Brooklyn, pochi chilometri di distanza in linea d'aria.

Il piccolo Davide, che non può permettersi di venir schiacciato dai Golia della tecnologia, veri e propri dinosauri capaci di conquistare il flusso dei social media e della stampa per giorni con la propria massa e forza d'urto, dalla sua ha l'estrema mobilità, l'adattabilità dei piccoli mammiferi. Spostato l'evento, riprogrammati i voli, cercate nuove camere in cupi hotel hipster finto-trasandati di Midtown, ha assorbito il colpo con leggerezza. Sul palco il Ceo e “Chief product officer” nonché fondatore Pete Lau, si scusa e poi ingrana la quarta: facciamo tutto per la comunità dei nostri clienti.

Vista dall'Italia la carriera di Pete Lau è invisibile. Ingegnere di 43 anni con il viso da bel divo del cinema cinese, nato a Hanchuan, nella provincia di Hubei (un antico centro economico a nord del lago Dongting), e laureato all'università di Zhejiang University, Lau è cresciuta dentro Oppo Electronics, colosso dei lettori BlueRay e dei telefoni cellulari. Leggendario per la sua meticolosità attenzione ai dettagli, nel 2013 Lau ha lasciato Oppo per fondare OnePlus con sei amici. Una scommessa: creare smartphone alto di gamma a prezzi abbordabili, vendendoli direttamente via internet.

All'inizio su invito, e poi con un meccanismo di vendita online basato su una community eterogenea, planetaria. Zero spese di pubblicità, pochissimo marketing convenzionale, OnePlus è quasi un culto tra gli utenti Android. Pochi telefoni alto di gamma, uno ogni sei-dodici mesi, sempre innovativi e sempre a prezzi contenuti: tra i 400 e i 600 euro. Il trucco? Risparmiare su tutto tranne che sul prodotto e curare sempre di più la relazione con i clienti. Ascoltando e migliorando: perché l'innovazione può essere guidata dal basso. Portando avanti scelte coraggiose, come lo sviluppo di OxygenOS, personalizzazione elegante e leggera di Android, oppure lasciando indietro tecnologie funzionanti ma non ancora all'altezza degli standard più esigenti.

I grandi della tecnologia, da Google a Qualcomm, guardano con rispetto la piccola azienda che nel 2017 ha fatturato 1,5 miliardi di dollari ed ha venduto un milione di OnePlus 6 in una settimana. L'ultimo prodotto, la versione “T” dell'OnePlus 6, è ancora più radicale e veloce: tutto schermo con la minuscola tacca a goccia e il lettore di impronte digitali sotto il vetro, processore Snapdragon di punta e algoritmi sviluppati in casa per potenziare fotografia e durata della batteria.

Il pubblico di OnePlus è giovane, hipster, digitale e mediatico. L'azienda è una nicchia di alto livello a prezzi abbordabili, lo spirito è quello dell'innovazione di moda che non chiede permesso. Accanto ai telefoni, modelli di zainetti venduti solo online e cuffie bluetooth: come i motociclisti di una volta che si incrociavano sui valichi alpini, sfanalando per salutarsi, così gli utenti OnePlus di tutto il mondo si scambiano sguardi d'intesa quando si riconoscono perché si sentono partecipi di qualcosa di unico.

Tanti aspetti restano da chiarire. I rapporti con Oppo e con il governo cinese, per esempio. Oppure la raccolta di informazioni sugli utenti, che OnePlus ha promesso di non fare più e comunque di aver utilizzato a fini statistici per migliorare dei prodotti. Le problematiche di aggiornamento dei prodotti più vecchi. Però OnePlus e il suo leader, Pete Lau, hanno acquisito la capacità di dire sempre la cosa giusta. Come sull'ambiente: l'azienda ci tiene, lo vuole proteggere, ma per farlo anziché sbandierare una strategia “green” ed ecosostenibiole preferisce costruire prodotti di qualità e duraturi usando materiali in parte riciclati. «Secondo me – ci dice Lau con un sorriso – i veri nemici dell'ambiente sono quelli che fanno prodotti low cost e di basso livello, che durano poco». La tentazione, guardando il suo sorriso impassibile, è quella di chiedersi: perché non fidarsi? Già, perché?

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