Il riassetto delle TLC

Telecom e il potere, quell’intreccio lungo un secolo

di Paolo Bricco

Amos Genish (Ap)

4' di lettura

Telecom non è solo Telecom. Telecom è un pezzo di anima dell’Italia. E’ da sempre lo specchio dei rapporti di potere fra la politica e l’economia. E’ la terra di mezzo in cui, in un paese statolatrico come il nostro, si confrontano due entità quali il pubblico e il privato. Da Beneduce alla privatizzazione, dai «capitani coraggiosi» al fondo Elliott: il gruppo telefonico è sempre stato la camera di compensazione silenziosa e il luogo di regolazione dei conflitti più duri, tra economia e politica. Lo è tuttora. Lo è sempre stata. Non importa che si chiami – nelle sue diverse incarnazioni storiche – Tim o Telecom, Stet o addirittura Sip. Il dna è quello.

Il 26 maggio 1933 il presidente dell’Iri Alberto Beneduce scrive un promemoria al capo del governo Benito Mussolini su una riunione avuta con Giovanni Agnelli, Vittorio Valletta, Alberto Pirelli e il conte Vittorio Cini per proporre loro la privatizzazione della Sip, rimessa in sesto dall’Iri dopo la crisi del ’29. Non solo i quattro non accettano di rilevarla a un prezzo ragionevole, ma chiedono di averla gratis e in più domandano una dote da 700 milioni di lire. Una dimostrazione di miopia e di famelicità da parte dell’establishment imprenditoriale italiano che – nella leggenda di Via Filodrammatici – viene in seguito citata da Enrico Cuccia, custode di una copia di quel promemoria inviato da Beneduce, suo suocero, al duce.

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Per tutto il secondo dopoguerra la compagnia telefonica rappresenta il punto di incrocio fra servizio pubblico e monopolio, mano pubblica e influenza dei partiti di massa, frontiera tecnologica avanzata e mollezze da Prima Repubblica, classe dirigente orgogliosamente autoctona e rapporto diretto con le segreterie, non solo la Democrazia Cristiana ma anche il Partito Socialista e il Partito Comunista.

Nella sua funzione di specchio dell’anima visibile e non visibile del Paese, la trasmigrazione nella Seconda Repubblica è, per la compagnia telefonica, traumatico. Non ci sono soltanto le aperture di mercato fatte calare dall’alto dall’Unione europea e indotte dal basso dalle minoranze anglofone e anglofile, ma c’è soprattutto la devastazione dello scenario dell’economia pubblica italiana, che rappresenta il contesto in cui si verifica la privatizzazione dell’ottobre 1997 – sotto il primo governo Prodi – con cui lo Stato incassa 26mila miliardi di lire e con cui il controllo di Telecom passa a un nucleo di azionisti privati guidato dagli Agnelli. «Il nocciolino», dirà qualcuno. Che ha in mano un gigante da oltre 100mila dipendenti disponendo di una piccola leva: il 6,62% del capitale. Pochissimo.

Telecom riflette bene la fisiologia del Paese, la sua economia e la sua società, i suoi equilibri e i suoi rapporti di forza

Di nuovo, dunque,: la necessità per lo Stato di fare cassa, il suo bisogno di essere coerente con le impostazioni comunitarie, la fragilità dell’intervento dei privati, raccolti intorno a degli Agnelli che sono ormai nella fase di caduta della loro traiettoria novecentesca, non più egemoni, in parte ancora plenipotenziari di un sistema in via di riconfigurazione, ma riluttanti.

L’Opa dei capitani coraggiosi del giugno 1999 – copyright dell’allora presidente del Consiglio Massimo D’Alema – ha un doppio significato, se usiamo Telecom come alfabeto mutevole della lingua del potere italiano. Il primo è un significato finanziario. Perché la base economica su cui la Olivetti di Roberto Colaninno edifica l’operazione da 100mila miliardi è il frutto della vendita di Omnitel a Mannesmann: l’apertura del mercato dei servizi di telefonia mobile, dunque. Un elemento nuovo nella struttura economica e sociale del Paese. Il secondo significato riguarda il declino delle vecchie classi dirigenti senatoriali novecentesche e l’ascesa degli homines novi. Perché gli imprenditori coagulati da Emilio Gnutti che si raccolgono intorno a Colaninno sono espressione di quella provincia – fra Brescia e Mantova – che ha ormai aumentato il suo peso specifico rispetto al vecchio triangolo industriale Torino-Milano-Genova, preponderante fino agli anni Ottanta. E, non a caso, in un meccanismo di riequilibrio dei rapporti fra politica ed economia sono gli eredi del Pci – figli di un Dio minore – a cogliere la portata sistemica di tutto ciò e a favorirla.

La scelta di monetizzare l’investimento – compiuta in particolare da Emilio Gnutti, contro il parere di Colaninno – nel 2001 porta all’arrivo di Pirelli e di Benetton. La difficoltà di linguaggio fra la Telecom di Marco Tronchetti Provera e la politica romana rasenta l’incomunicabilità. E, nonostante le tensioni siano in particolare con il blocco berlusconiano, questa incomunicabilità tocca il suo apice durante il Governo Prodi, quando nel settembre del 2006 Angelo Rovati, consigliere di Palazzo Chigi, fa pervenire a Tronchetti un documento – passato alle cronache come il Piano Rovati – in cui si ipotizza lo scorporo della rete.

Da lì in avanti, Telecom diventa una sorta di esercizio con cui – mescolando azionisti privati, compagnie straniere come gli spagnoli di Telefónica e banche – si cerca di dare un equilibrio e una stabilità a una società che rappresenta ancora un pezzo importante del tessuto industriale e dei servizi italiani, ma che opera in settori maturi e che ha margini di guadagno inesorabilmente calanti. Equilibrio e stabilità che vengono messe periodicamente in crisi da operatori telefonici e investitori stranieri come Vivendi e come Elliott, che operano con logiche strategiche che poco c’entrano - se non per convergenze tattiche - con le regole del sistema specificatamente italiano.

Telecom Italia, gli ultimi vent’anni di storia da Prodi a Elliott

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Nella triangolazione fra poteri, l’ultimo passaggio è quello del vuoto. Nell’Italia che ha determinato con il voto alle ultime politiche una geometria nuova, basata sul successo del centrodestra a traino non berlusconiano ma leghista e dei Cinque Stelle, il vuoto del potere esecutivo - nell’impossibilità di dare una rapida forma al governo - è stato colmato dalla Cassa Depositi e Prestiti. Cdp che, muovendosi secondo le linee determinate da Giuseppe Guzzetti, nel conflitto fra Vivendi ed Elliott sul destino della rete (ancora lei!) ha scelto di schierarsi con quest’ultimo. Una posizione confermata ieri in assemblea.

Appunto, nel vuoto della politica. Appunto, un vuoto occupato dalla Cdp, l’animale più politico dell’economia italiana. Appunto, Telecom.

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