La partita a scacchi tra Elliott e Vivendi

Telecom Italia, tutte le incognite dell’assemblea del 24 aprile

di Antonella Olivieri

Il Ceo di Vivendi Arnaud de Puyfontaine (Reuters)

5' di lettura

La sfida Elliott-Vivendi su Telecom è una partita a scacchi che non ammette facili conclusioni. È alle prime mosse, ma vale già la pena di fare il punto tanto è intricata e densa di incognite.

Telecom ha pubblicato nel week-end l'avviso di convocazione dell'assemblea del 4 maggio che dovrà rinnovare anticipatamente il consiglio, ma non ha aggiornato l'ordine del giorno dell'assemblea del 24 aprile, lasciando così aperta una serie di dubbi interpretativi. Si renderà probabilmente necessario un intervento della Consob per evitare che la prima adunanza dei soci si trasformi in una rissa e soprattutto per mettere in grado gli investitori istituzionali di fornire deleghe di voto con certezza sui punti da trattare. Lasciando che sia il presidente dell'assemblea a stabilire cosa ammettere al voto si taglierebbero di fatto fuori tutti i fondi - la stragrande maggioranza - che non partecipano direttamente, ma sono rappresentati da un legale, il quale deve attenersi alle indicazioni di voto dell'investitore e non può invece comportarsi con discrezionalità.

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La conferma di Genish
Il primo punto all'ordine del giorno del 24 aprile prevede ancora la conferma dell'ad Amos Genish, che è stato solo cooptato in cda lo scorso 28 settembre e doveva essere appunto confermato alla prima assemblea utile. La proposta di delibera prevede la nomina «con scadenza insieme agli amministratori in carica», ma aggiunge «e dunque con durata fino all'approvazione del bilancio al 31 dicembre 2019». Quest'ultima parte è superata dal fatto al consiglio Telecom di giovedì 22 marzo è venuta a mancare la maggioranza dei consiglieri, a causa delle dimissioni con effetto immediato per Giuseppe Recchi (che si è trasferito per lavoro all'estero) e con effetto dalla mattina del 24 aprile per altri sette amministratori in quota Vivendi, facendo decadere il cda ad appena un anno dal suo insediamento. Ciò significa che dal 24 aprile (quando usciranno i consiglieri dimissionari) al 4 maggio (quando sarà nominato il nuovo consiglio) il board Telecom rimarrà in piedi in regime di prorogatio con i consiglieri superstiti.

Se la conferma di Genish non sarà messa i voti o se Genish non dovesse ottenere l'ok degli azionisti, l'ad cooptato decadrebbe e resterebbe con la sola qualifica di direttore generale. Dovrebbe cioè uscire dal board, ridotto a soli sei componenti con il neo nominato vice-presidente Franco Bernabè in possesso solo delle deleghe su sicurezza e Sparkle, oltre al compito di presiedere le assemblee.

Ad ogni modo, se si andrà al voto di conferma, ci sarà una sorta di pre-sondaggio sul gradimento tra gli investitori di Genish, sostenuto, almeno a parole, da entrambi i fronti in lite. Ovviamente, da Vivendi, gruppo dal quale il manager proviene (era chief convergence officer), ma anche dal fondo Elliott che contesta la gestione di Telecom ispirata dalla media company presieduta da Vincent Bolloré.

La posizione dell'ad conteso
Nel settore Genish gode di ottima reputazione, che, a livello internazionale, si alimenta ancora sui fasti di Gvt, la società della rete in fibra brasiliana che ha contribuito a creare e che è riuscito a vendere due volte (la prima a Vivendi, la seconda a Telefonica) raggiungendo valutazioni stellari. Bolloré lo considera l'asso nella manica per arginare l'offensiva di Paul Singer. Nemmeno il fondo attivista gli si è messo contro: potrebbe “tentarlo” candidandolo nella propria lista oppure convergendo sul suo nome - che senz'altro Vivendi vuole riproporre alla guida di Telecom - al momento dell'assegnazione delle cariche nel nuovo cda. «Elliott apprezza l'esperienza e il lavoro di Amos Genish alla guida di Telecom Italia – è la posizione attribuita al fondo Usa - ma vuole che sia sostenuto da un consiglio professionale e completamente indipendente».

Genish finora è riuscito a non sbilanciarsi. Nella prima intervista post irruzione sulla scena di Elliott (uscita nel week-end), Le journal du dimanche gli ha chiesto se si sarebbe dimesso nel caso in cui il fondo attivista fosse riuscito a piazzare i suoi candidati nel board. «Dipende da quali saranno i nuovi equilibri in seno al consiglio che sarà rinnovato il 4 maggio - ha risposto il manager israeliano - Se non avrò una maggioranza di consiglieri a sostegno della mia strategia di rilancio, potrebbe essere molto acrobatico». Ma di rinnegare Bolloré, Genish non ci pensa proprio. «Credo che gli sia stata calata addosso un'immagine che non corrisponde alla realtà. È una persona umile e impegnata. E soprattutto è molto intelligente e ha una qualità che apprezzo particolarmente: ha audacia e chutzpa (termine yiddish che sta per “faccia tosta”, ndr.), come si dice a New York».

La mossa dei sindaci
Il consiglio Telecom del 22 marzo, come spiega una nota della società, «non ha proceduto all'integrazione dell'ordine del giorno dell'assemblea del 24 aprile 2018 (relativa alla revoca e alla sostituzione dei consiglieri Arnaud de Puyfontaine, Frédéric Crépin, Félicité Herzog, Anna Jones, Hervé Philippe e Giuseppe Recchi), che alla data saranno tutti dimissionari e cessati».

Il collegio sindacale ha però fatto mettere agli atti che si riserva di integrare autonomamente l'ordine del giorno, facendo riferimento all'articolo del Testo unico della finanza che riguarda le richieste avanzate dai soci, titolari di almeno il 2,5% del capitale. Il fondo Elliott ha presentato due richieste disgiunte: la prima, la revoca di sei amministratori, è decaduta perché gli stessi si sono già dimessi volontariamente; la seconda è la nomina di sei candidati, che in teoria potrebbe ancora valere fino al 4 maggio quando si insedierà il nuovo cda.

Il collegio sindacale può richiedere che vengano comunque votati in assemblea i nomi proposti da Elliott. Secondo le regole, in caso di inerzia dell'organo di amministrazione, il collegio sindacale deve procedere all'integrazione dell'odg entro 15 giorni dalla data dell'assemblea, altrimenti provvede il Tribunale, al quale Elliott potrebbe appellarsi d'urgenza. In questo caso la scadenza utile per integrare i punti da trattare alla prima assemblea del 24 aprile coincide con il termine per depositare le liste dei candidati al consiglio in vista della seconda assemblea del 4 maggio che dovrà rinnovare il cda: e cioè il 9 aprile.

La lista dei fondi
Asati, l'associazione dei piccoli azionisti/dipendenti che ritiene di poter contare sull'1% del capitale, ha lanciato un appello (consultabile anche sul sito di Elliott www.transformingtim.com) affinchè i fondi confluiscano su un'unica lista, prendendo le distanze dalla gestione Vivendi. Le regole statutarie, in Telecom, assegnano i due terzi dei posti in consiglio alla lista più votata. Finora, per prassi consolidata, Assogestioni ha sempre presentato liste “corte” di minoranza, con l'impegno dei suoi candidati a non accettare cariche una volta nel board. Tuttavia nella situazione attuale, dato per scontato che sia Vivendi sia Elliott presenteranno una lista di maggioranza, i fondi tradizionali che si appoggiano ad Assogestioni rischiano di doversi spartire con il secondo classificato i posti riservati alle minoranze (5 sui 15 totali) o addirittura di restare senza voce in capitolo in consiglio. Assistere dall'esterno a una disputa che riguarda tutti gli azionisti (e non solo) non sarebbe un bel risultato.

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