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Telecom, per l’Agcom Vivendi non ha più il controllo di fatto

di Antonella Olivieri

(Agf)

3' di lettura

Per l’Agcom Vivendi non ha più il controllo di fatto di Telecom Italia e dunque viene chiuso, con un «non luogo a provvedere», il procedimento autorizzativo per il «trasferimento di proprietà» ai francesi. Una presa di posizione che non mancherà di avere riflessi sulle mosse del gruppo che fa capo a Vincent Bolloré nel tentativo di uscire dall’angolo in cui è finita la “campagna d’Italia”, sia sul fronte Telecom sia sul fronte Mediaset.

La delibera dell’Agcom, commissario relatore Antonio Martusciello, risale in realtà al 12 luglio scorso, ma curiosamente non ne è stata data pubblicità e il provvedimento è stato pubblicato solo martedì scorso sul sito dell’Authority delle comunicazioni. Il documento rileva che «a seguito del rinnovo del consiglio di amministrazione di Telecom Italia, avvenuto il 4 maggio 2018, non appare più sussitere in capo a Vivendi una situazione di controllo o comunque di influenza dominante sulla società Telecom Italia ai sensi dell’art.2359, commi 1 e 2 del codice civile e dell’art.43, commi 14 e 15, del Testo unico» delle comunicazioni. Nell’assemblea di maggio, infatti, Vivendi - pur essendo il primo azionista, con una quota del 23,94% - aveva perso la sfida lanciata dal fondo attivista Elliott, finendo in minoranza nel board, con cinque consiglieri su 15, tra i quali il capoazienda Amos Genish che poi era stato riconfermato ceo dal nuovo board. Il 14 giugno Vivendi aveva comunicato all’Authority di «non ritenere sussistente «un controllo» su Telecom e neppure, «nella situazione attuale» «un’ipotesi di assoggettamento a direzione comune» sulla stessa. Già in data 16 maggio, il cda Telecom aveva «preso atto che risultano venute meno le ragioni per considerare Vivendi soggetto esercente attività di direzione e coordinamento», dichiarandone la cessazione.

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La delibera dell’Agcom si discosta sostanzialmente dalla posizione presa da Palazzo Chigi, che non aveva ritenuto di accogliere la richiesta del nuovo board di revocare il golden power su Telecom, ritenendo la situazione di governance di Telecom potenzialmente solo temporanea e non tale da giustificare l’abbassamento della guardia. Vivendi, per l’entità della partecipazione, avrebbe in effetti la possibilità di chiamare un’assemblea per ribaltare il consiglio, considerato che non è plausibile che il fondo di Paul Singer abbia sempre l’interesse e le forze di promuovere una campagna attivista per mantenere l’attuale status quo.

La delibera dell’Agcom, che Vivendi ha deciso di non impugnare (i 60 giorni di tempo per farlo sono scaduti), è destinata a condizionare il prosieguo della partita. Per non finire di nuovo nella “trappola” del controllo - col rischio di dover consolidare l’ingente debito di Telecom come aveva chiesto la Consob - Vivendi a questo punto ha solo l’opzione di chiedere l’integrazione del consiglio, con l’innesto di quattro suoi amministratori. In questo modo resterebbe in minoranza, con 9 consiglieri su 19, e di fatto a far da ago della bilancia sarebbe il presidente Fulvio Conti. L’occasione per farlo potrebbe essere l’assemblea per la nomina della società di revisione, se si deciderà di convocarla entro fine anno, oppure l’assemblea di bilancio della prossima primavera.

Anche sul lato Mediaset, la posizione di Vivendi potrebbe farsi più agevole. Il 18 aprile scorso l’Agcom aveva stabilito che era incompatibile con la normativa vigente la contemporanea presenza di Vivendi sia in Telecom, sia in Mediaset, con quote superiori al 10%, facendo leva sul concetto di “collegamento” più che su quello del controllo. E si era limitata poi a «prendere atto» della soluzione proposta dai francesi di trasferire a Simon fiduciaria (del gruppo Ersel) la partecipazione eccedente il 10% (quasi il 20%) nel Biscione. I vincoli non sono caduti, ma è evidente che l’aver stabilito che non sussiste controllo su Telecom aiuti Vivendi a contestare le conclusioni della delibera di aprile, che è già stata impugnata davanti al Tar del Lazio.

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