partita a tre

Telecom rimbalza del 6,4%: il mercato alza il prezzo a Cdp che vuole salire

di Antonella Olivieri

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(Reuters)


3' di lettura

L’annuncio della probabile salita di Cdp in Telecom ha avuto l’effetto di smuovere la Borsa, dove il titolo ha preso il largo per chiudere in progresso del 6,40% a 0,5136 euro, tra scambi che hanno interessato 250 milioni di pezzi, all’incirca due volte e mezzo la media. La Cassa, che è già azionista col 4,93%, è stata autorizzata giovedì dal consiglio ad acquistare altre azioni fino a un massimo del 10%, autorizzazione valida per 12 mesi. Trattandosi di notizia price sensitive, come aveva già fatto in primavera sulla prima tranche, Cdp ha comunicato la cosa, per evitare qualsiasi complicazione in tema di market abuse. Così facendo però il mercato l’ha anticipata, alzandole il prezzo.

Ad ogni modo la buona notizia - che i sindacati hanno subito colto - è che in prospettiva, col raddoppio della quota, Cdp di fatto diventerà il “garante”, anche per l’azienda Telecom, di una buona operazione di unificazione della rete con quella di Open Fiber, essendo esposta su entrambi i fronti per importi considerevoli. Nell’ultima semestrale, chiusa a giugno, Cdp contabilizzava la partecipazione in Telecom a 478 milioni, cifra che non corrisponde a quanto pagato per il pacchetto, bensì al “fair value” - pari al prezzo di Borsa del 30 giugno, quando il titolo era a 0,64 euro - dato che la quota, inferiore al 5%, era collocata tra le partecipazioni “available for sale”, disponibili per la vendita.

Ora, con il raddoppio, la cosa cambia e ci si chiede se e quando sarà arrivata al 10% Cdp possa permettersi ancora di restare alla finestra ad assistere al continuo battibecco tra i due principali azionisti - Vivendi (che ha il 23,94%, ma è minoranza nel board) e Elliott (che ha il 9,56%, ma ha espresso la maggioranza di dieci consiglieri su 15) - che di certo non ha fatto bene nè a Telecom, nè al portafoglio della Cassa. Al suo ingresso nel capitale dell’incumbent tricolore aveva fatto sapere di voler esercitare un ruolo “stabilizzatore” nell’azionariato, che purtroppo finora non si è visto. Ultimamente ha preso posizione a favore della rete unica, a patto che i conti tornino. Si aspetta per questo di conoscere il nuovo piano industriale di Telecom che sarà portato il 21 in cda dall’ad Luigi Gubitosi e illustrato agli analisti in conference il giorno successivo, insieme ai risultati di bilancio. E si aspetta di conoscere i risultati del tavolo di confronto con Open Fiber.

Svolgere un ruolo costruttivo in una contesa che ha preso tutt’altra piega non è però cosa facile restando fuori campo. Così, l’idea che comincia a prendere piede è che si vada verso una ricomposizione della governance che riporti la pace. Sono scaduti i termini per aggiornare l’ordine del giorno dell’assemblea fissata per il 29 marzo e dunque, nel caso, si andrebbe a un’altra adunanza. Con più variabili: o un’integrazione del consiglio a 19, con l’innesto di quattro nuovi amministratori (due di emanazione Cdp e due espressi dai francesi per riequilibrarne il peso); o un rimpasto “volontario” del cda oppure un rinnovo del consiglio tout-court. Possibili scenari che dovrebbero però essere preceduti - come atto di buona volontà - dalla disponibilità di Vivendi di ritirare la richiesta di revoca di cinque degli attuali consiglieri in quota Elliott.

D’altra parte, con il fondo di Paul Singer vicino al 10%; il fondo pensione Canada pension plan investment board, supposto alleato, sopra il 3% e in possibile arrotondamento ulteriore; e un ipotetico 10% della Cdp schierato dalla stessa parte,  Vivendi avrebbe scarse chance di prendersi la rivincita nell’assemblea di fine marzo e una soluzione che la mantenesse in minoranza in cda ma senza umiliarla potrebbe anche essere considerata. Su Telecom, la media company che fa capo a Vincent Bolloré ha già perso abbastanza: non solo per la svalutazione di 1,066 miliardi della quota (ora in carico a 3,13 miliardi, pari a 86 centesimi per azione contro 1,07 euro pagato in media), ma anche per avere dovuto cedere in perdita il pacchetto dello 0,95% in Telefonica (per 373 milioni - con 169 milioni di minusvalenze accumulate), per rispettare l’ordinanza dell’Antitrust brasiliano che non consentiva di tenere il piede in due scarpe.

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