riassetti

Telecom, ripartono le manovre sull’ad: Sabelli si tira fuori

di Antonella Olivieri

(Bloomberg)

4' di lettura

Vivendi non si fida del presidente Telecom Fulvio Conti, Elliott non si fida dell’ad Amos Genish. In questo quadro conflittuale si sta consumando l’ennesimo tentativo di ridisegnare l’organigramma operativo della compagnia telefonica nazionale, all’indomani della discesa in campo del Governo - in particolare si è esposto il ministro dello Sviluppo economico Luigi Di Maio - per favorire la creazione di una rete unica sulla quale convogliare gli investimenti.

L’ultima puntata della tormentata vicenda - a quanto risulta a «Il Sole-24Ore» - è andata in onda nella notte tra domenica e lunedì, quando, nel corso di una conference call che si è prolungata fino alle 2, il consigliere in quota Elliott, Rocco Sabelli, ha declinato l’invito a rendersi disponibile ad assumere le deleghe operative nel caso in cui Genish fosse costretto a fare un passo indietro. Sabelli, un veterano del settore (era entrato in Telecom con Vito Gamberale, ai tempi in cui la compagnia era ancora sotto l’egida pubblica, ricoprendo diversi incarichi di vertice) ha rifiutato perchè convinto che la questione debba essere risolta in assemblea, considerato che la conferma della cooptazione di Genish in cda aveva ottenuto un gradimento plebiscitario all’assemblea di bilancio del 24 aprile e che poi il 4 maggio la lista Elliott aveva conquistato la maggioranza del board proponendo dieci candidati tutti dotati del requisito di indipendenza. Il manager israeliano era invece capofila della lista di Vivendi che, finita in minoranza, aveva dovuto accontentarsi di soli cinque posti, di cui tre riservati a consiglieri indipendenti. A Genish il nuovo board aveva deciso poi di assegnare tutti i poteri operativi.

Loading...

La luna di miele però è durata poco, perchè sono subito iniziate le schermaglie tra i due blocchi azionari costretti a convivere nella cornice di una governance anomala, da public company, ma con un azionista di riferimento al 24% finito in minoranza nel board. Elliott si è convinto che il manager scelto dai francesi, che pure aveva sostenuto, non sia superpartes e non sia indicato a gestire questa fase nella quale è tornato alla ribalta di prepotenza il tema della rete, sulla quale ci sono visioni divergenti. Il fondo di Paul Singer è infatti da sempre favorevole alla separazione della rete, e considera che il modello rab (regulatory asset base)- il meccanismo utilizzato per stabilire, per esempio, le tariffe autostradali, che incentiva gli investimenti e al quale il Governo sta guardando - sia la soluzione ideale. Per ottenere una remunerazione di questo tipo occorre però che si applichi a una realtà in monopolio e in questo caso, probabilmente, a un’infrastruttura “indipendente”, staccata cioè dall’incumbent che perderebbe il controllo del suo core business. L’ipotesi non spiace alla Borsa perchè nell’immediato darebbe fiato alle quotazioni: ieri, dopo una fiammata più pronunciata, il titolo ha chiuso in rialzo del 2,79% a 0,53 euro.

Genish però ieri è tornato a ribadire quanto aveva già detto in precedenza e cioè: ok alla rete unica, ma mantenendo il controllo in capo a Telecom. In dichiarazioni rilasciate alle agenzie di stampa ha spiegato che «Tim è favorevole alla creazione in Italia di un singolo network di rete per evitare inutili duplicazioni di investimenti infrastrutturali». Sì, dunque, a possibili collaborazioni con Open Fiber, ma «l'azienda rimane convinta che Tim rimanga il soggetto tenuto a controllare la rete in Italia, come avviene in tutti gli altri Paesi. Solo mantenendo il controllo della rete potremo garantire gli attuali livelli di investimenti e occupazionali, oltre al futuro sviluppo della tecnologia 5G, il cui successo per Tim, ma anche per l'Italia, si basa anche nella combinazione di infrastrutture di rete fissa e mobile. Ogni tentativo di separazione proprietaria della rete non porrebbe solo a rischio il futuro aziendale di Tim, ma anche lo sviluppo digitale del Paese».

Le dietrologie secondo cui dietro questa posizione ci sarebbe l’intento di Vivendi di passare la patata bollente a Orange - scenario che suscita concreti timori a Roma - vengono respinte da Parigi. Alle voci che riferiscono di un incontro con gli hedge fund a New York dove sarebbe stata prospettata questa ipotesi dal vertice di Vivendi, un portavoce del gruppo che fa capo a Vincent Bolloré replica con una «categorica smentita». Voci e veleni si intrecciano in una partita dove chi rischia davvero di farne le spese è l’azienda Telecom e il suo ruolo - una volta glorioso - nel settore.

Se Genish fosse sfiduciato, Vivendi è pronta a chiamare l’assemblea per ribaltare un’altra volta il cda. La soluzione di integrare il board con l’innesto di quattro consiglieri aggiuntivi in quota francese è stata accantonata, perchè assegnerebbe il ruolo di ago della bilancia al presidente. Il tentativo di riportare in Telecom, almeno come direttore generale, Stefano De Angelis, il manager che alla guida di Tim Brasil ha ottenuto ottimi risultati, non sarebbe ancora tramontato. Mentre resta sullo sfondo l’ipotesi che le deleghe operative possano essere assunte, fino all’assemblea, dall’ex numero 2 di Fca, Alfredo Altavilla. Fatto salvo che qualsiasi consigliere perda l’indipendenza è revocabile e c’è da scommettere che Vivendi sia pronta a farlo valere.

Riproduzione riservata ©

loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti